Crowdsourcing.

Secondo Jeff Howe, giornalista di Wired che ha coniato il termine, il crowdsourcing (da crowd=folla e outsourcing= in gergo aziendale “appaltare lavoro all’esterno”) è il nuovo futuro del business. Cercandone la definizione su Wikipedia, tra l’altro uno dei primi e più riusciti esempi di crowdsourcing volontario, ecco cosa si trova: “ un modello nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio o di un prodotto ad un insieme distribuito di persone non già organizzate in una comunità virtuale”. Uno dei luoghi virtuali più conosciuti dove mettere a disposizione delle aziende le proprie competenze è il sito Innocentive.com. Grosse multinazionali lanciano sul sito delle vere e proprie sfide, “challenges”: chi risolve i quesiti può vincere da 0 a un milione di dollari. Le challenges attraversano trasversalmente campi eterogenei, da ricerche di chimica farmaceutica a stampe per t-shirt (www.threadless.com è una community che lancia sfide grafiche sulla tela di cotone delle t-shirt),  possono riguardare qualunque cosa e essere lanciate da qualunque azienda. Possiamo definirla una win win situation o la bilancia pende alla fine da una sola parte? Il lavoratore ne guadagna sì in visibilità, e forse investe in una prospettiva lavorativa, mentre per l’azienda, che sottopaga il prodotto finale, il risultato è costantemente in positivo. In tempi in cui l’equazione creatività+lavoro= stipendio mensile (sostenibile) è ancora tutta da verificare, questo tipo di piattaforme di crowdsourcing non fanno forse leva sulla precarietà del creative work peggiorandone ulteriormente le cattive condizioni di salute?

Credo che ci sia realmente una parte importante del business del futuro in queste nuove realtà,  ma la clausola è quella di intendere il lavoro in termini di collaboratività, e non di competitività.

Se una grande azienda appalta a una massa di grafici (neo, pseudo, panettieri di giorno smanettatori di photoshop di notte, per intenderci, e chi più ne ha più ne metta) il restyling del suo logo pagando poco o niente ( alcune volte la retribuzione sta semplicemente in una visibilità nella vetrina globale, i famosi 15 minuti di fama) un lavoro che prima veniva eseguito da lavoratori interni dipendenti, più che contribuire a creare una nuova frontiera del business sembra far cadere i confini del precariato trasformandolo in iper-precariato. Il mercato del lavoro e i suoi meccanismi regolati giuridicamente dal caro e vecchio (e dimenticato…) contratto, dalle lotte sindacali pregresse, si dissolvono in piccoli pixel nel mondo internautico fino ad ora privo di regolamentazione e controlli. Un mondo ancora senza legge e quindi spietatamente e darwinianamente crudele.

Ma la possibilità di disporre di aiuti, in termini economici o di idee e contenuti, non è a appannaggio esclusivo delle grandi imprese o delle istituzioni; anche il singolo individuo può sfruttare a suo vantaggio il valore partecipativo della comunità virtuale.  I Social Network oltre a dare libero sfogo al nostro voyeurismo possono essere usati come strumenti per realizzare e condividere idee progetti, interessi e perché no anche bisogni. Dalla semplice ricerca di un appartamento, alla creazione di progetti lavorativi alternativi, a proposte di interesse collettivo. Un’idea che è venuta ad un gruppo di artisti californiani, capeggiati dalla street artist Swoon, è stata quella di usare vecchie case dismesse e una chiesa sconsacrata come atelier “sociali”, dove, attraverso l’aiuto di madri, lavoratori e studenti, insomma di membri della comunità, ora esistono anche spazi ricreativi per bambini, corsi di inglese e arti plastiche etc…Il tutto reclutando volontari su Twitter e Facebook . Dal virtuale direttamente al territorio. Così nascono i Gcs, Gruppi di Creatività Solidale. Non si investe sul lavoro ready made, per citare Duchamp, ma sul work in progress, sul progetto, sull’idea: ecco che la rete può diventare strumento fondamentale, così come nella vita giorno per giorno lo è la rete “amicale”. Funzionamento orizzontale e non verticale. Perché in orizzontale “We do it better”.

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