Express Yourself.

Tra gli street artist  c’è un artista parigino: Zevs, a cui la galleria newyorkese De Buck dedica una personale proprio in contemporanea a quella dell’affichistes italiano. Ironia del caso, conobbi i suoi Liquidated Logo passeggiando per Parigi. Zevs  allarga i confini del mondo della street art, prestando il suo lavoro anche a grandi marchi come Lavazza o Chanel. Una buona parte dell’universo dell’”arte di guerriglia” lo accusa di essere ormai solo uno spot di se stesso, mentre creativi e pubblicitari di grido lo osannano.

I suoi loghi liquidati terrorizzavano i flagship stores di tutte le grandi aziende tra Berlino, Londra e Parigi, che si trovavano costretti e ridipingere continuamente le facciate su cui giganteggia il brand aziendale. Qualche anno più tardi l’ inversione di marcia: Zevs acquista notorietà mondiale grazie ad un’azione di sabotaggio inflitta alla nota azienda produttrice di caffè Lavazza. Ecco cosa avviene ad Alexanderplatz a Berlino il 2 aprile 2002 alle 05.37 del mattino. Zevs, invitato da una galleria berlinese ad esporre i suoi attacchi visivi, compie la scalata criminale: taglia l’enorme affiche Lavazza. Il manifesto rappresenta una ragazza nuda ricoperta da scritte “Lavazza” e l’head line recita: Express Yourself. Prima di esporre l’ostaggio in galleria l’artista compie un affichage sauvage sui muri berlinesi. Le affiches non sono che una richiesta di riscatto alla Lavazza: 500 000 euro per riavere “la ragazza”. Il giorno della prevista esecuzione nella sala centrale del Palais de Tokyo, l’istituzione per l’arte contemporanea a Parigi,  un manager di Lavazza annuncia il pagamento del riscatto donando però l’assegno di 500 000 euro allo stesso Palais de Tokio. Per una sorta di Sindrome di Stoccolma la prassi visiva rivoluzionaria si ritorce contro di sé dando luce ad un’alter-nativa campagna pubblicitaria.

Quindi di cosa siamo arrivati a parlare: di arte o di (unconventional) marketing? Il marketing “ruba” le tattiche, gli strumenti e addirittura gli artisti all’arte di strada o piuttosto li valorizza, assicurando sia all’artista che al suo lavoro una maggiore visibilità? Oppure l’arte di guerriglia se accoppiata al marketing rischia l’integrazione della sua rivoluzione e perde dunque la battaglia contro la somatizzazione della malattia informativa?

Non saprei come dare una risposta, l’unica strada che posso prendere ora e ancora è quella di domandarmi: arte e pubblicità, idee e mezzi economici, spazio pubblico, cultura ma anche messaggi urlati, comunicazione deturpante. Invece che scommettere sull’una o sull’altra si può provare a far vincere la competizione alla creatività?

 

Virginia Negro

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