Copie sunt communia!

http://vimeo.com/festiaudiovisualcc/reelfesticcmed

Il 17 dicembre 1903, su una ventosa spiaggia del North Carolina i fratelli Wright dimostrarono, per una durata appena  inferiore ai cento secondi, che un veicolo più pesante dell’aria, dotato di propulsione propria, era in grado di volare.

All’epoca in cui i fratelli Wright inventarono l’aeroplano, la legislazione americana sosteneva che il proprietario di un terreno ne possedeva di conseguenza non soltanto la superficie, ma tutta la terra al di sotto, fino al centro della terra,  e tutto lo spazio al di sopra, “fino a un’estensione indefinita, verso l’alto”. Poi arrivarono gli aeroplani, e per la prima volta questo principio della legislazione americana profondamente innestato nella tradizione, e riconosciuto da gran parte dei maggiori studiosi di diritto del passato  – divenne importante. Se il mio terreno arriva fino al cielo, che cosa succede quando la United ci vola sopra? Ho il diritto di vietarne il passaggio sulla mia proprietà? Mi è consentito firmare una licenza esclusiva con Delta Airlines? Possiamo organizzare un’asta pubblica per decidere il valore di tali diritti?

Nel 1945, queste domande divennero un caso federale. Quando Thomas Lee e Tinie Causby, contadini del North Carolina, iniziarono a perdere i polli a causa dei voli a bassa quota degli aerei militari (sembra che i polli volassero terrorizzati contro le pareti del granaio e morissero), i Causby sporsero denuncia sostenendo che il governo violava illegalmente la loro proprietà terriera. Gli aeroplani, naturalmente, non toccavano mai la superficie del terreno dei Causby. Ma se, come avevano sostenuto Blackstone, Kent e Coke, la proprietà raggiungeva “un’estensione indefinita, verso l’alto”, allora il governo stava violando tale proprietà, e i coniugi Causby volevano impedirlo.

La Corte Suprema accettò di esaminare il caso. Il Congresso aveva dichiarato pubbliche le strade dell’aria, ma se la proprietà di qualcuno si estendeva veramente fino al cielo, allora la dichiarazione del Congresso avrebbe ben potuto configurarsi come una “appropriazione” incostituzionale della proprietà senza compenso. La Corte riconobbe che “esiste un’antica dottrina secondo cui nel diritto consuetudinario, o sistema giuridico a ‘common law’ , la proprietà di un terreno si estende fino alla periferia dell’universo”. Ma il giudice Douglas non aveva molta soggezione verso le antiche dottrine. In unico paragrafo, vennero cancellati centinaia di anni di leggi sulla proprietà. Così scrisse Douglas a nome della Corte:

[Tale] dottrina non ha spazio nel mondo moderno. L’aria è un’autostrada pubblica, come ha dichiarato il Congresso. Se ciò non fosse vero, ogni volotranscontinentale sarebbe soggetto a infinite denunce per violazione di proprietà. Il senso comune si ribellerebbe all’idea. Il riconoscimento di simili istanze private nei confronti dello spazio aereo intaserebbe queste autostrade, interferendo seriamente con il loro controllo e sviluppo nell’interesse pubblico, e trasferirebbe alla proprietà privata ciò su cui soltanto il pubblico può vantare diritti. “Il senso comune si ribellerebbe all’idea.”

Questo è l’incipit di Cultura Libera,  il libro di Lawrence Lessig, fondatore della Creative Commons, copiato e incollato ad hoc come intro di questo piccolo sommario sul copyleft per mettere in pratica il ricorso creativo alle opere “altre” dribblando la questione incipit.

Cronache da una Censura:

“If you have an apple and I have an apple and we Exchange this apples then you and I will still each have one apple. But if you have an idea and I have an idea and we exchange this ideas, then each one of us will have two ideas.” Bernard Shaw.

18 gennaio 2012: il più grande blackout digitale provocato da hacker-attivisti dopo la chiusura di megavideo: il più grande e frequentato archivio di film e musica online. La chiusura del sit coincide con la presentazione al Congresso  delle proposte di legge SOPA e PIPA, voto che è stato congelato dopo le contestazioni in tutte le piazze reali e virtuali del mondo. Sembra quasi una vittoria…dopo una settimana Twitter annuncia la sua nuova politica di autocensura.

?SOPA: Dove sta il pericolo?

Quel che lo Stop Online Piracy Act dice è che ogni violazione di copyright verrà punita ma non solo, qualsiasi sito che “faciliti le attività” di violazione del copyright rischierà di venire oscurato. Tradotto: le pagine che accennano all’esistenza dei siti sotto accusa possono essere bloccati e multati (la pena massima è di 5 anni di carcere), così come vedere un film in streaming diventerebbe un reato punibile anche con l’arresto.

Bloccare la condivisione di contenuti coperti da copyright(praticamente tutto) renderebbero internet una vetrina di professionisti, ancora una volta dividendo spettacolo e spettatore. E chissà chi sarà chi…Un’indizio viene dai dati anagrafici dei supporter della proposta di legge: importanti società e associazioni professionali dell’industria cinematografica, così come aziende farmaceutiche, associazioni sportive e produttori di videogiochi. Saranno loro a trasformarsi in consumatori perdipiù sotto continua sorveglianza? O forse stanno pagando decine di milioni di dollari investendo su di noi, futuri utenti-spettatori?

Monopoli:

Le leggi di proprietà intellettuale nascono nel XVIII secolo regolando i diritti degli artisti sulle loro opere. La regolazione giuridica si limitava ai supporti e non alle idee. Quindi era esclusivamente il contenitore a dover sottostare alle leggi di proprietà intellettuale.

Oggi davanti all’assenza di oggetti suscettibili alla vendita o allo scambio, di fronte a questo distaccamento tra l’idea e il suo contenitore fisico (libro, dvd etc…) la reazione è quella di inasprire le leggi sulla proprietà intellettuale, spostandole dal supporto al contenuto stesso.  La soluzione è facile, se sparisce il supporto allora brevettiamo l’idea. L’effetto collaterale della proprietà intellettuale così intesa è il monopolio sui prodotti frutto dell’innovazione. Come sempre funzionano i monopoli: per mantenere alto un prezzo è necessario controllare la quantità venduta e fruita. Basta pensare all’industria farmaceutica (pro-SOPA), farmaci non venduti o distribuiti per non abbassarne il prezzo, politica che si traduce in morti. Altro effetto è quello di ostacolare nuove innovazioni che si basino su un’idea brevettata. Come spiegano nel loro volume Boldrin e Levine questo secondo effetto collaterale ha promosso una vera e propria industria finalizzata a ottenere dei brevetti solo al fine di ottenere rendite da future invenzioni.

L’ultima questione, sicuramente la più filosofica delle tre riguarda la legittimità del concetto di intelligenza collettiva, ovvero dalla condivisione libera di informazioni, che oggi come non mai si incarna nel dìa a dìa di praticamente chiunque. Le corporazioni invece parlano come se le idee sorgessero ex nihilo e non da questo tipo di contesto di intelligenza comune, a cui anche l’imitazione partecipa, brevettando i risultati di questo processo creativo  collettivo.

Il mondo infinito delle idee si lascia imitare, non limitare.

Un paio di falsi miti:

Quando si parla di diritto d’autore la questione che inevitabilmente consegue è se la finalità della proprietà intellettuale non sia anche “buona”. La risposta che gli consente di proteggere il loro lavoro immateriale, di assicurare una remunerazione e quindi di fomentare la creazione, di proteggere l’interesse generale assicurandone la diffusione universale e consentendo ai fruitori di poterlo essere anche in futuro.

Ma è davvero l’autore il beneficiario e deus ex machina di questa struttura giuridica? I classico esempio limite: se l’autore in questione si trovasse impossibilitato a beneficiare del  denaro che deriva dalla circolazione della sua idea  perché per esempio si trova sottoterra? Chi ne godrà? Gli intermediari che hanno commercializzato l’opera, distribuendola, e materializzandola in supporto fisico.

Sono gli autori stessi a scardinare la formula una copia piratata =una copia non venduta, trasformandola in copia piratata=più copie vendute. Come spiegano i Wu Ming, collettivo autore di Q, tradotto in una dozzina di lingue,

“Un comune cittadino, se non ha i soldi per comprare un libro di Wu Ming o non vuole comprarlo a scatola chiusa, può tranquillamente scaricarlo gratis dal nostro sito http://www.wumingfoundation.com. Questa riproduzione non è a fini di lucro, e noi la autorizziamo. Se invece un editore estero vuole farlo tradurre e metterlo in commercio nel suo paese, o se un produttore cinematografico vuole farci il soggetto di un film, in quel caso l’utilizzo è a fini di lucro, quindi questi signori devono pagare. In questo modo, come succede per il software libero e per l’Open Source, si concilia l’esigenza di un giusto compenso per il lavoro svolto da un autore (o più genericamente di un lavoratore della conoscenza) con la tutela della riproducibilità dell’opera (vale a dire del suo uso sociale). Si esalta il diritto d’autore deprimendo il copyright, alla faccia di chi crede che siano la stessa cosa.”

Risolvere l’inghippo:

L’industria culturale basa i suoi introiti sulla distribuzione e commercio del supporto, e allo stesso tempo basa il suo modello economico commerciale dell’opera sulla linea della distribuzione ad accesso gratuito, facendola circolare in radio, televisione, etc… Perché adottare questa strategia apparentemente di libera circolazione dell’opera? La risposta è che Il Valore dell’Opera cambia. Perché la gente paga per andare al cinema, a vedere un concerto o a teatro, così come paga quando compra un libro un disco etc…? Non paga certo per dei fogli di carta, o per il biglietto in cartoncino verde. Andare al cinema, ad un concerto, comprare un’opera d’arte originale, non sono prodotti ma sono esperienze. Ecco su cosa deve puntare ul nuovo modello di negozio dell’industria culturale: sulla valorizzazione dell’opera non come prodotto ma come esperienza.

Così come l’acqua è pubblica e disponibile così come può diventare un bene “di lusso” quanto il vino: pensiamo a l’acqua evian.

La chiave sta nel valore dell’acqua, che è sì qualcosa di fisico, di tangibile, però non è considerabile semplicemente come un prodotto, ma meglio come un servizio: l’accesso all’acqua che si converte in un prodotto, l’acqua potabile, che può essere valorizzato attraverso la marca, l’imbottigliamento, il gusto, la temperatura etc…Lo stesso coi prodotti culturali, che oltretutto possono essere digitalizzati, al contrario dell’acqua. I modelli di negozio devono costruirsi in maniera tale da far in modo che l’opera sia libera (liberamente copiata, distribuita…) e allo stesso tempo garantire una remunerazione economica che permetta all’autore di poter continuare a creare.

Ecco perché il Festival del Cinema Copyleft nasce ora da questa serie di riflessioni, celebrando gli autori che hanno aperto le fontane delle piazze, permettendo la duplicazione, l’imitazione e così l’innovazione dei loro prodotti. E visto che citare è un atto d’amore: “una cultura libera appoggia e protegge creatori e innovatori. E lo fa concedendo diritti di proprietà intellettuale. Lo fa anche indirettamente limitando proprio questi diritti. Una cultura libera non è una cultura senza proprietà, così come il libero mercato non è un mercato in cui tutto è libero e gratuito.” Lawrence Lessig .

 

 

 

Virginia Negro

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...