La Sineddoche Charliego Kaufmana

“The ‘happily ever after’ notion, what does that mean?. There really is only one ending to any story. Human life ends in death. Until then, it keeps going and gets complicated and there’s loss. Everything involves loss; every relationship ends in one way or another.”

Charlie Kaufman, Wired interview.

 

Deleuze scriveva: “C’è profondamente un non senso del senso da cui risulta il senso stesso”. Questa ricerca  paradossale è la storia di Synecdoche, New York. Caden Cotard è un regista teatrale in piena crisi matrimoniale e con un progetto artistico da realizzare: rappresentare la sua vita facendola interpretare da attori, ma nel momento in cui gli attori entrano a far parte della sua vita servono attori che rappresentino gli attori e via dicendo in un eterno e aporetico rimando, perché: “There are nearly thirteen million people in the world. None of those people is an extra. They’re all the leads of their own stories. They have to be given their due.” I tredici milioni di abitanti nel mondo sono all’incirca la popolazione dello stato di New York, ricordiamoci: sineddoche.

Cotard, che è anche il nome di una sindrome per cui si crede di essere morti, ricerca ossessivamente la rappresentazione della verità mentre si ritrova nella vita come un soggetto frammentato, in limine tra verità e finzione, sogno e realtà ma sopratutto senza riuscire a scorgere il limite netto tra sé e gli altri. Come Da Vinci si interrogava sull’incerto confine tra il mare e il cielo, così Caden si ritrova a cercare sé stesso negli altri travestendosi o sostituendosi per scoprirsi come soggettività diffusa e pervasiva: trasformandosi di volta in volta in padre, marito, donna delle pulizie, regista e infine attore.

Già in Adaptation Kaufman raccontava la genesi di un film trasformandola nel film stesso in un racconto autoreferenziale in cui si inserisce a forza, appunto sdoppiando (é proprio il caso di dirlo!) sé stesso in personaggio- vinse l’oscar come miglior sceneggiatura insieme al gemello immaginario Donald scardinando il confine tra realtà e rappresentazione. In Synecdoche il percorso è esattamente all’opposto; Kaufman ci introduce nella vita del suo personaggio trasformandolo in persona, non calandoci in un mondo fantastico o verosimile, ma decostruendo il concetto stesso di verità e conseguentemente svuotando quello di rappresentazione, rendendo impossibile o quantomeno insensato il suo stesso film. La macchina cinematografica di Kaufman, per citare ancora Deleuze, deterritorializza il cinema e riterritorializza il mondo esattamente come fanno l’orchidea e la vespa: “L’orchidea si deterritorializza formando un calco di vespa creandone l’immagine nei suoi petali, ma la vespa si riterritorializza su questa immagine. Nondimeno la vespa si deterritorializza diventando essa stessa un pezzo nell’apparato di riproduzione dell’orchidea, ma essa riterritorializza l’orchidea trasportandone il polline. ” Orchidea e vespa sono loro stesse e l’altro, esplodono nella loro eterogeneità così come Kaufman abbandona il parallelismo tra realtà e cinema creando una catastrofe, lasciandoli straripare l’uno nell’altro. Caden Cotard sta al posto di tutti noi, occupa le nostre stesse fobie, si carica del peso della nostra stessa impossibilità, costruisce concatenamenti tra lui, noi e il mondo.

Il progetto suicida di Caden-Philip Seymour Hoffman sembra evolversi (a)parallelamente all’ intricata vicenda che ha portato Kaufman dietro la macchina da presa, inizialmente doveva esserci Jonze impegnato però nella realizzazione di Where the wild things are nientepopòdimeno che con Dave Eggers,  e alla distribuzione in stand by di quest’opera prima accolta calorosamente a Cannes da critica e pubblico ma non altrettanto dagli studios.  Un capolavoro ignorato, un fallimento annunciato da cui Kaufman non può che uscirne comunque vittorioso. Dopotutto lui detesta gli happy endings.

Virginia Negro

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