Timbuktu: Atoms or bits?

“Buy the atoms, get the bits free. That just feels right – in tune with the universe, somehow.” N. Carr

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    Timbuktu è una rivista digitale per bambini progettata per iPad, la prima, e racconta le storie più belle che passano sui giornali di tutto il mondo. L’applicazione è nata in Italia, ma parla in inglese. È stata fondata da Elena Favilli (Editor in Chief), che è anche una redattrice del Post, Francesca Cavallo (Creative Director), Olimpia Zagnoli (Art Director) e Julian Koschwitz (Interaction Art Director). Ed è stata realizzata grazie al finanziamento ottenuto con il premio Working Capital 2010 di Telecom Italia. È basata sugli standard open source dell’HTML5 ed è stata sviluppata in collaborazione con un gruppo di illustratori, designer, fotografi e scrittori di Milano, Berlino, San Francisco, New Delhi, Lisbona e Barcellona.
    Wed, Feb 22 2012 14:34:45
  3. C’è la storia del grande censimento in India, il riscaldamento globale a fumetti e una guida al riciclo: la filosofia è educativa ma anti-gerarchica, combina creatività e onestà. Informare più che insegnare.

    La cosa che chiama la mia attenzione, certo il progetto è interessante e indubbiamente coraggioso, è il mezzo, cioè il Tablet. Mi soffermerò molto poco sulla questione per un semplicissimo motivo: non ho né mai ho avuto un ipad. Sono convinta che lo strumento abbia notevole potenziale, infatti non lo possiedo ma lo desidero, e posso solo immaginare l’enorme portata rivoluzionaria che il Tablet ha nel mondo dell’informazione e dell’editoria.
     La cosa che stupisce quando si smanetta con l’ipad è l’incredibile mole di informazione con cui si è continuamente connessi. Leggendo un articolo posso aprire milioni di link, commentare, controllare, perfino riappropriarcene modificando, correggendo o anche solo diffondendolo nella nostra rete sociale. Tutto questo brulicare accade mentre ce ne stiamo sdraiati sul divano del salone. Il paradigma del piccolo lettore di timbuktu è quindi il bambino digitalizzato, che si destreggia in un mondo di iperlink in tutta naturalezza.
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    Timbuktu Labs presents: Timbuktu
    Tue, Apr 05 2011 17:05:34
  5. Comunque che il bambino-lettore di Timbuku ci ( o solo  mi?) stia poco simpatico è probabilmente solo una diretta conseguenza di una vergognosa invidia retroattiva di ex bambina-usuaria di Amiga. La realtà resta, le applicazioni fioriscono. L’Editoria on line si gonfia come un enorme blob. Barnes&noble trema. Siamo agli albori di una rivoluzione digitale pari a quella del mondo discografico post mp3?

    ” I’ts nice that” un periodico on line si presenta così:
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    It’ll probably come as no great surprise that we’re massive fans of the internet and all its merry ways, but sometimes you get sick of staring at a screen all the livelong day. That’s when you need something to read – beautifully designed with a range of articles and interviews concentrating on the most exciting creatives on Planet Earth. Hey guess what? That’s exactly what the (now quarterly) It’s Nice That magazine does…
    Fri, Feb 17 2012 19:20:11
  7. Passiamo la nostra giornata davanti ad uno schermo. Quindi, ci spiegano, sembra essere naturale che anche il nostro ruolo di lettore si trasli dal cuscino alla tastiera. Ma non sarebbe forse più normale il contrario? Dopo 10 ore passate davanti al biancore interfacciale non abbiamo forse voglia di un chiarore meno smagliante, di concederci lusso di non avere altre distrazioni, di non essere sommersi da milioni di informazioni, ma di restare noi soli con Il libro che abbiamo deciso di leggere, forse senza nessuna ragione speciale, però assumendoci la piccola- grande responsabilità di scegliere.
  8. E’ pur vero che l’mp3 ha ucciso l’orecchio di molti, ma non di tutti. La musica digitale ha stravolto il mercato discografico cambiando completamente il modo di consumare l’ascolto. Se dobbiamo andare a correre sulla spiaggia è logico andarci con l’ipod, ma se stiamo leggendo un libro in salotto Keith Jarrett va col vinile. Allo stesso modo tendiamo a non usare il Ribera per cucinare il sugo e il Tavernello per affinare i nostri sensi nell’ora dell’aperitivo.

    Sarei più dell’idea aristotelica che anima e corpo non siano in opposizione, e che i due mondi possano coesistere:  tendo a condividere l’idea del bell’articolo di Carr.  Perché non vendere con la copia cartacea del libro anche quella digitale? L’esperimento sarebbe decisamente curioso e i risultati sicuramente imprevedibili.

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    Ad esempio, applicando il concetto di coda lunga all’editoria, in una rivista con un milione di lettori, la parte editoriale sta solo nella porzione verde della curva, tutto il resto (porzione gialla) rappresenta la coda lunga in cui ci sono un milione di scrittori con un lettore ciascuno; questa strategia è molto più proficua, poiché grazie ai media digitali, circola maggior denaro nella coda rispetto alla testa, e quindi i prodotti di nicchia avranno molte più possibilità di profitto.
    Wed, Feb 22 2012 14:35:53
  10. Quindi ricapitolando: l’editoria digitale permette di raggiungere un vasto pubblico attraverso più piattaforme.

    Le spese di pubblicazione si riducono drasticamente senza conseguenze sulla qualità del prodotto. Non posso non pensare ai miei testi universitari carissimi e a quanto sarebbe stato più economico-utile possederli in versione digitale. Magari con la possibilità di condividere appunti, commenti, domande e discussioni direttamente a bordo pagina.

  11. Contemporaneamente non voglio credere all’opinione che sta sibillinamente passando tra i tecnomaniaci che alle persone non piaccia leggere, vedere senza poter far nulla: alle persone piace imparare facendo. Leggere è diverso da consultare, diverso da vedere, diverso soprattutto da fare, o almeno dal fare  indistricabilmente connesso al concetto odierno di produttività. Semplicemente come l’Amarone è diverso dal Lambrusco, così leggere è un piacere e un meraviglioso esercizio di attenzione di cui non immagino il tramonto. Abbiamo bisogno di nuovi modi di indicare questo nuovo leggere, questo è certo.
    Non voglio moralizzare nessuno con il mio obsoleto filosofeggiare sull’inquietante avvento di quello che viene chiamato frictionless sharing o condivisione fluida, cioè il paradigma Zuckerberg. Su Fb la parola chiave è socialità, e per incarnarlo al meglio hanno unito le forze alla causa anche Spotify, Netflix e chissà quali altri occulti poteri a venire. Come dice Morozov dovremo preoccuparci solo di ciò che non vogliamo condividere, il resto verrà condiviso automaticamente. Su Facebook esistono già applicazioni che condividono immediatamente ciò che stiamo leggendo o ascoltando. Inciso- facebook è quotato in borsa e il suo profitto siamo noi e la nostra esperienza online venduta ai pubblicitari, che a loro volta ci vendono le loro merci.
  12. Benjamin parlava di inconsapevoli uomini-sandwich: forse anche questo dovremmo ricordarci di  spiegarlo ai nostri bambini mentre leggono l’IPad. Lo dice una che ha un blog.
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