Marinaleda: dove molti poco fanno un tanto.

Mentre noi ascoltavamo i Duran Duran, in un pueblecito dell’ Andalucía lottavano per  El Humoso, una tenuta di 3000 di proprietà del Duca di Infantado. Erano gli stessi braccianti del Duca che ogni giorno venivano respinti dalla Guardia Civil: i cosiddetti jornaleros, lavoratori a giornata, che, uniti da un solo padrone, dalla miseria e da una cocciutaggine quasi favolistica, continuarono la loro battaglia per 8 lunghi anni. Finché vinsero. Lo stato cedette ed espropriò le terre ad uno dei maggiori latifondisti di Spagna. Non è un romanzo di Garcia Lorca ma la vera storia di Marinaleda, provincia di Siviglia. Da allora il sindaco è  Juan Manuel Sanchez Gordillo, ex jornalero ora maestro di storia dell’istituto José Saramago, che vive in una casa all’incrocio tra Avenida Libertad e  Corso Ernesto Che Guevara. Juan Manuel non è solo l’alcalde di questo villaggio di 3000 abitanti ma è anche un membro della IU nel Parlamento andaluso, il portavoce nazionale del CUT e ministro dell’Edilizia Abitativa presso il comitato esecutivo federale della IU.

Fu anche lui a trasformare El Humoso, prima in una cooperativa agricola, poi in un un oleificio e infine in una fabbrica di conserve.  Adesso, dopo che la speculazione immobiliare in Spagna ha unto le ruote alla crisi, tra Calle solidariedad e Piazza Salvador Allende si continua a costruire. Merito della politica dell’autocostruzione. Mi spiego meglio: le case nascono sul terreno comunale, con materiali forniti dal governo locale e regionale. Ogni casa costa al suo proprietario  15 euro al mese oltre a contribuire con un numero convenuto di ore lavorative negli altri cantieri attivi. Un  accordo vieta  di vendere le case in futuro. Niente ipoteche né speculazione. Il Consiglio promuove una serie di laboratori rivolti all’insegnamento delle tecniche di muratura, di impiantistica elettrica, idraulica, di carpenteria, di agricoltura ecologica, di tutto ciò che può essere usato a beneficio del programma sociale sull’edilizia.

Lontano dai protagonismi socialisti alla Chavez, a Marinaleda si fanno 40 assemblee all’anno e si presenta insieme il “bilancio partecipativo”, dove si discute sugli investimenti e le spese proposte dal Consiglio.  La domenica i marinaledesi puliscono le loro strade, i loro giardini, e le loro case,  migliorando lo spazio pubblico mentre costruiscono anche la coscienza collettiva di chi lo abita.

Forse grazie a questa cura a base di etica pubblica, o forse conseguenza dell’esiguo numero di abitanti, a Marinaleda si è deciso di rinunciare al corpo di polizia locale, risparmiando così intorno ai 260.000 euro all’anno. Fondi che ben gestiti hanno dato luce a  scuole moderne, un comprensorio sanitario attrezzato di modo che la gente non debba spostarsi per usufruire di trattamenti standard, un attivo ayuntamiento (Edificio Comunale), un centro sportivo moderno e ben equipaggiato, servizi a domicilio per gli anziani, un centro per i pensionati, un ampio centro culturale, una piscina, un campo sportivo da calcio, e un parco con giardini nel pieno rispetto della natura.  L’asilo,  aperto dalle 7 alle 16,  costa appena 12 euro per bambino al mese, include colazione e pranzo.  Quando i soldi basta saperli spendere.

Senza cadere in trappole ideologiche, quel che mi colpisce di Marinaleda è l’incredibile unità dei cittadini (riscontrabile anche nei risultati delle elezioni) compatti in una posizione politica a dir poco unica, e chissà forse una ragione c’è.

Per chi non ci credesse ecco la prova provata: il sito dell’Ayuntamiento e poi Wikipedia e l’intervista al sindaco.

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Au revoir, diable!

La destra e la crisi. Negli ultimi due anni l’estrema destra ha continuato a crescere trasversalmente dentro i confini europei, da est a ovest, da nord a sud. La tradizione specifica che si portano dietro le varie correnti certamente cambia, così come cambiano le modalità e lo stile comunicativo. Quello che però ritrovo come denominatore comune è questa “nuova” vocazione antisistema, utilizzata chiaramente come strumento per “sfruttare” il tema Crisi (non solo economica ma anche sociale), oltre che chiaramente un’intolleranza razzista nei confronti dell’immigrante (meglio se musulmano). Mentre in Olanda il Partito per la libertà (PVV) dice “Addio alla tolleranza olandese” e punta su uno stile comunicativo forte e provocatorio, in Francia Marine Lepen va alla caccia della perduta sobrietà.

Indiscussa leader dell’opposizione adesso ha i numeri per, come lei stessa afferma, “far implodere il sistema” ovvero:  “Exploser le monopole des deux partis de la banque, de la finance, des multinationales, du renoncement et de l’abandon “. Aggiungendo : “Face à un président sortant à la tête d’un parti considérablement affaibli, nous sommes désormais la seule et véritable opposition à la gauche ultra-libérale, laxiste et libertaire.” (trad:Di fronte a un presidente uscente a capo di un partito notevolmente indebolito,ora siamo l’unica opposizione reale all’ ultra-sinistra liberale, permissiva e libertaria”.  (ri-trad: pesco voti dal bacino di orfani dell’Ump e di disillusi dall’estrema sinistra).   Lontana dalle esternazioni razziste del padre la Le Pen ha intrapreso la strada della dédiabolisation nominando direttore strategico della campagna Florian Philippot.  29 anni, collaborò con il socialista  Chevènement durante le presidenziali del 2002; sempre vicino a  Chevènement il nuovo acquisto nella squadra del Front è Bertrand Dutheil che in una  una lettera aperta «a tutti i repubblicani di sinistra» intima di «non farsi abbindolare dai benpensanti». Oltre a loro Robert Ménard. Militante della Lega comunista rivoluzionario negli anni Settanta, fondatore di Reporters sans frontières, una delle organizzazioni più importanti del mondo per la difesa della libertà di stampa. Con la moglie, Emmanuelle Duverger, ha scritto il libro «Vive Le Pen!», dichiarando : «Mi piace Marine Le Pen. E’ l’unica a chiamare un gatto con il suo nome: gatto. Fornisce delle risposte ai problemi, che possono piacere o non piacere, ma almeno sono delle risposte. Sta calpestando una classe politica che si trova nell’incapacità totale di risolvere i problemi della Francia».  Dimenticando le derive antisemite e razziste del padre, con un team a dir poco eterogeneo il Front è riuscito a battere Mélenchon, l’uomo dalla cravatta rossa, e a scacciare il fantasma paterno.

Qui un interessante video di Libération sulla dédiabolisation e rediabolisation del Fn.

Puntando essenzialmente su uno stile comunicativo più secco e rigoroso, parlando più di economia che di immigrazione Marine è riuscita a pescare nel vasto bacino di scontenti, qualunquisti che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Ma non ha perso il bacino l’antico elettorato di Jean-Marie, e mentre condanna i totalitarismi criminalizza l’islamismo, ma lo fa sottilmente, sottovoce, solo quando è chiamata a rispondere sul tema. Normalizzando l’intolleranza e il razzismo Marine LePen riuscirà nell’impresa di diventare l’estrema destra più potente d’Europa?

Il gattopardo ( e l’elefante)

Quand les cons sont braves Comme moi, Comme toi, Comme nous, Comme vous, Ce n’est pas très grave.
Qu’ils commettent, se permettent des bêtises, des sottises, qu’ils déraisonnent, ils n’emmerdent personne. Par malheur sur terre les trois quarts des tocards sont des gens très méchants, des crétins sectaires. Ils s’agitent, ils s’excitent, ils s’emploient, ils déploient leur zèle à la ronde, ils emmerdent tout le monde. (G. Brassens)

C’è stato un momento in cui ho davvero creduto che l’Italia potesse essere salvata da preti e puttane, quando una bionda con un registratore infilato tra le coppe del reggiseno ci ha aperto le porte di Palazzo Grazioli allargando così i confini della nostra fantasia. Chi mai avrebbe immaginato i lirismi con cui, spalancate le porte dei piani nobili, venivano affrontate tematiche essenziali quali l’incontro con pratiche e modi di pensare estranei alla cultura occidentale, l’organizzazione sociale e le strutture parentali di via Olgettina (caseggiato milanese dove concetti universali quali quello di “dignità”, o tabù come la gerontofilia sono stati rimessi in discussione mostrandoci una struttura sociale terza retta da rapporti politici e familiari che nulla o quasi nulla hanno a che vedere con le realtà fino ad ora conosciute), fornendo copiose dosi di materiale potenzialmente rivoluzionario  alle scienze antropologiche. Ma, la storia ci insegna, la portata innovativa di certe scoperte troppo spesso viene messa a tacere rallentando notevolmente il progresso.

In Spagna semplici e banali osservazioni di ordine etologico stanno invece mettendo sottosopra il paese e ponendo in serio pericolo le basi fondanti non solo delle scienze zoologiche ma dell’intero insieme delle conoscenze umanistiche. Il re, la cui funzione è misteriosa ma sicuramente anche imprescindibile, è andato in vacanza in Botswana e ha partecipato ad un safari facendosi ritrarre come un moderno Hemingway con il suo fucile e un enorme cadavere d’elefante. Gli stessi filomonarchici si chiedono se non sia arrivato il momento dell’abdicazione: questo è davvero troppo.  Giusto, con la disoccupazione giovanile alle stelle, la crisi nel suo momento forse più difficile, mentre si annunciano tagli alla sanità e alla spesa pubblica farsi venire l’idea di un safari multimilionario supera la definizione di cattivo gusto.

Per questo cara amica iberica (nome e cognome: Carmina Rodriguez) ti scrivo, stanca di sentir paragonare due paesi,  sento la necessità di dover prendere le distanze: i nostri paesi, il mio e il tuo, NON sono uguali. Noi, qui in Italia, mentre la crisi  spinge pensiamo al futuro della nostra classe dirigente. Chi ci guiderà tra 2, 5 anni avrà la brillantezza intellettuale che ha fatto di noi la culla della cultura, sarà abbastanza colto da poterci rappresentare, sarà abbastanza poliedrico, eclettico da poter affascinare il mondo diplomatico internazionale? Pensando a tutto questo abbiamo pagato la retta dell’università privata inglese di una delle migliori menti di questo paese, che non solo splende di luce propria ma porta nel sangue la storia di una dinastia che,  e qui le leggende si sprecano, si narra si mescolò con druidi, celti e paleoveneti.  Non abbiamo pensato solo ai giovani, al futuro, ma anche, da buona nazione di fedeli, ai più anziani, assicurandogli una casa e una vita dignitosa. E le donne, le barelliere dei momenti più difficili, le fedeli compagne nella salute e nella malattia.  Non ce ne siamo dimenticati. Di questo prodigo turbinio di benevolenza e lungimiranza già raccogliamo gli amorevoli frutti. L’aria politica è satura di un affetto che ci prepara a tempi ancor più rosei. All’alba di un  poetico passaggio del testimone si disegna il futuro del nostro grande paese.

Cara amica, la strada è ancora lunga e avete tanto da imparare. La direzione comunque mi sembra quella buona.

CuoreDiCarta

Ogni luogo è popolato da intimi regni costruiti su ricordi, abitudini e affetti.  Se un’ora non è solo un’ora ma è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi, come può una strada essere solo una strada?

Sono cresciuta a Padova, vicino a un parco appena fuori dalla porta della città, e quella strada dritta per arrivare al centro l’ho percorsa migliaia di volte. Via San Francesco è  il binario della mia consuetudine: il piccolo ponte dove un gitano sorridente suona la fisarmonica, il biciclettaio quello caro e poi quello dove vado io, dove sono anche più simpatici, il fioraio, l’edicola, il supermercato, quasi posso indovinare che ore sono dalle ombre sui muri delle antiche case.  Un po’ per caso un po’ per desiderio è stata anche la chiave per scoprire il mio focolare adottivo: Nane della Giulia.

Ho incontrato questa ottocentesca osteria una sera nel mio diciassettesimo anno di vita in bicicletta tra i ciottoli e i controsensi.  Nane si porta appresso tutta la storia del centro disegnando una linea di fuga verso altri tempi, altri universi, regalando una profondità di vedute in questa città a cui manca il mare e dove non si riesce mai a lanciare lo sguardo lontano.

Il piacere della luce che odora di cera, le foto d’epoca, il piano il vino e il legno ma nessuna nostalgia del passato. Nane vive di idee, dalle sperimentazioni culinarie ai lavori di artisti giovani e meno giovani patavini e non.  Il giovedì il piano ritrova la sua natura con il retro cabaret di Megahertz  (collabora con Morgan e milita nei Versus)“Musiconfidenziale”  in alternanza con una giovanissima e intensa musicista ESC con l’appuntamento  “Viodiopianoforte tutti”.

In anni, tra noiose sofferenze ho costruito una Padova mia da portarmi addosso, e lo stesso ho fatto nei miei vagabondaggi. Per questo mi è salita la curiosità di fotografare, o meglio cartografare, tutti i luoghi che hanno costruito la mia Bologna, la mia Parigi, la mia Malaga, e tra un po’ spero anche la mia Roma. Chi volesse contribuire mescolando la sua geografia alla mia, la mappa è aperta per creare un altro modello del mondo che raccontando il dove spero possa anche suggerirci il cosa.

Qui la mappa Cuoredicarta. Per aggiungere il vostro posto del cuore selezionare Modifica poi scrivere l’indirizzo sulla normale barra di ricerca di google maps. A quel punto sulla destra tra le varie opzioni apparirà Salva in…Pigiate e salvate in CuoreDiCarta.

PS: Ho appena scoperto questo sito che raccoglie le mappe più strane del mondo: Strange maps, dategli un occhio, merita!

E’ quasi magia.

Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando, ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di imitatio Christi, quell’irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono.

Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene.
Ho sostenuto poi, anche, che nulla di ciò che è stato esperimentato storicamente dall’uomo, può andare perduto: e che
quindi non possono essere andate perdute neanche le parole di Cristo. Esse sono in noi, nostra storia.

(Pasolini, “Vie Nuove”)

Una carrellata di foto sulla semana santa malagueña scattate da Carmina Rodriguez. E’ questa, per continuare con Pasolini, la religione del mio tempo?

Qui la bella gallery del Post.

One Berlin Bay: die Teilnahmerei.

La città e lo spleen, legati da un vizioso rapporto dove la causa e l’effetto si confondono.

Vivere come in n enorme labirinto di scatole, porte, portoni, che dividono la nostra vita da quella degli altri, assegnano un fuori e un dentro. Un gioco di incassi, cavità, di entrate e uscite che si regge su di un instabile equilibrio definito in un chissà quando perso nel tempo da una sorta di silenzioso patto collettivo. Fino a dove possiamo invaderci reciprocamente? Fino a dove è nostro lo spazio pubblico?

Il “ragazzo difficile” di questa storia è sicuramente lo spazio aperto-condiviso dove si incrociano sconosciuti dai percorsi imprevedibili, si intrecciano persone, storie e tessuti sociali in una miscela potenzialmente esplosiva.

L’antidoto urbanistico contro questa potenziale detonazione è stato distorcere il concetto di Controllo. Non potendo prevedere il comportamento di chi coabita con noi lo spazio si è creato un vuoto cognitivo che, come tutti i vuoti che si rispettino, è angosciante perché virtualmente deflagrante.  Un vuoto da riempire costruendo luoghi rassicuranti, dai percorsi programmati, luoghi dove dimenticare la nostra identità polemica di cittadini per indossare quella più tranquillizzante di utente, consumatore, automobilista o … A volte ci siamo davvero fatti assalire dall’angoscia arrivando al pleonasmo del muro per separare un esterno dall’altro. Ghetti dove nascondere “il disordine” trasformando un pezzo di spazio in un altrove abitato da uomini invisibili, di cui si può parlare ma che non si vogliono vedere. L’impatto soprattutto simbolico di queste soluzioni è enorme. Il disordine viene politicizzato e si incarna in una percezione di insicurezza che nulla o quasi nulla ha di reale. Una dimensione immateriale cognitiva  tutt’altro che innocua e che anzi si è dimostrata in grado di  produrre effetti estremamente concreti sulla vita delle persone e delle città.

Ma lo spazio è un tessuto fatto di trame, intrecci, testimonianze, per sua natura disordinato, e la città, stratificazione di spazi per eccellenza, non è che l’elogio di questa varietà eterogenea portatrice sana di scompiglio. Non esistono luoghi affidabili o inaffidabili in se stessi: gli spazi si creano, non sono semplicemente dati.

La concezione di spazio per riaffermarsi in maniera sana ha bisogno di riprendersi la sua profondità, rivendicando un eccesso semantico: non più mera estensione ma spazio reso significante dal brulichio umano che in esso si condensa fino a stratificarsi.

Così i luoghi diventano elementi di contatto, anche ludico, impulsi al dialogo e all’incontro (non solo tra persone, ma anche con gli oggetti stimolando la nostra capacità di gioco) per loro natura sempre democratici, fruibili e accessibili. All’homo faber si sostituisce l’homo ludens.

Mi pare fosse stato Baudrillard a dire che per riuscire a far “esplodere” la città c’è bisogno di atti intrinsecamente politici. La lotta per l’esproprio dello spazio è anche la battaglia di Die Teilnahmerei. Un gruppo di pirati e piratesse che dagli angoli dei continenti si sono ritrovati a Berlino, dove hanno innalzato la loro bandiera rendendo ufficialmente il numero 80 di wranglestrasse  un controluogo.

Film, musica e workshop sono all’ordine del giorno. Uno spazio espositivo a disposizione, e il sapere si mette in circolo. La filosofia è ad elevato contenuto partecipativo: accesso libero alle assemblee per la gestione delle attività, intercambio orizzontale di conoscenza.

Le utopie a volte possono anche avere un indirizzo.

(E se non conoscete la Vera Storia della Pirate Utopia di Wilson-il titolo dell’articolo cita la famosa Barateria Bay-, eccola qui wikipediata)

Il Museo 2.0

Le prossimità non sono costituite dal sommarsi delle cose semplicemente presenti- assieme, ma sono già sempre utilizzabili in ciascuno dei loro posti.  M. Heidegger

 

Non so come mi è potuta sfuggire per più di un anno la piattaforma Google Art Project, l’unica scusante è che il progetto lanciato nel Febbraio 2011 è partito in sordina e ha continuato a migliorarsi esponenzialmente fino ad oggi: giorno della mia tardiva scoperta.

Tutto iniziò in realtà nel 2009, quando Google e El Prado crearono una piattaforma dove albergare le opere più significative del museo madrileño. L’iniziativa però cominciò a strutturarsi in maniera più completa con l’entrata in campo del tempio parigino dell’impressionismo: il Musée d’ Orsay.  A quel punto non era più possibile limitarsi alle immagini ad alta risoluzione e il progetto si dotò della tecnologia street view di Google maps e delle caratteristiche del social Google plus.  Ciò significa che ad oggi è possibile visitare con una visione di 365 gradi 385 sale di 46 musei in tutto il mondo, contemporaneamente la risoluzione delle immagini è andata aumentando: ora creando il tuo account all’interno della pagina puoi “ricordare” le tue visite, creare la tua galleria di opere preferite e  interagire anche con  altri utenti.

L’iniziativa è insomma un work in progress che sta continuando a crescere grazie anche a una visione dell’arte globale a cui non sfuggono realtà come l’arte urbana, la fotografia, e perché no anche l’archeologia.

In questa nuova fase di vita del progetto di Google si sono incorporati prestigiosi musei come la National Gallery e la  Tate Gallery di Londra, o il Metropolitan e ilMoma di Ny, oltre a una decina di importanti musei in Spagna, Germania, Brasile, Grecia, India.

L’Italia che possiede un patrimonio artistico ineguagliabile per ora vanta solo la partecipazione dei Musei Capitolini e degli Uffizi. Insomma non sono l’unica ad essere arrivata in ritardo.