Españolear

De vuelta dal mio soggiorno iberico, sono atterrata immediatamente nella nostra colossale capitale che toglie fiato e tempo e fino ad ora non mi ha lasciato pace.  Non sono riuscita a lasciarmi andare alla nostalgia che però continuo a  sentirmi addosso.  Il mio ipod è ostaggio di flamenqueros e chitarre, il mio Pc mi chiede quotidianamente di giustificare l’impostazione di apertura di pagina: Google.es, cosa che tra l’altro ormai troppo spesso crea spericolate ambiguità semantiche. Piccoli gesti che restano sospesi, strascichi di una quotidianità passata che si fa mano a mano più lontana.

Forse seguire il festival di cinema spagnolo organizzato da 5 anni dal cinema Farnese,  a Campo dei Fiori, è stata una scelta terapeutica, più che una curiosità per la Nueva Ola dell’industria cinematografica spagnola. Un settore che a dispetto della crisi economica è in crescita, con una produzione nel 2011 di 101 film e un fatturato di 8000 milioni di euro. Un’industria che però non si è ancora del tutto aperta al mercato europeo o internazionale.

Spesso è davvero un peccato che il cinema español non sia trovi distribuzione nel nostro paese: è il caso di Primos di Daniel Sánchez-Arévalo. Una comedia ironica ma soprattutto autoironica su tre cugini trentenni in crisi. Lontani dai turbamenti paranoici dei nostri italici mucciniani over trenta, i tre protagonisti del film di Arévalo vivono i loro smarrimenti senza troppi complessi.  Sinossi: Diego, piantato sull’altare, costretto a un’umiliante monologo davanti alla navata occupata dagli invitati della “sposa” che, oltre a essere fedifraga è pure un po’ sbadata,  ha scordato di avvertire della sua assenza.  Il pre- neomaritino per superare il colpo decide di ubriacarsi coi suoi due cugini, Jose Miguel , un godereccio madrileño, e Julian, ex soldato tornato dalla guerra in Afghanistan senza un occhio, oltre che depresso e ipocondriaco. La borrachera porta consiglio e i tre decidono di partire per il pueblo di mare dove passavano le vacanze da piccoli. La missione sarà ritrovare il primo amore di Diego: Martina. Durante questo viaggio sulle tracce dell’adolescenza spensierata e vacanziera i nostri si troveranno a fare i conti con il loro presente.  Un film leggero,  tenuto in piedi da un buon ritmo comico e da attori divertiti oltre che divertenti.  Con il grande pregio di essere canzonatorio in primo luogo verso se stesso.

L’indifferenza dell’industria cinematografica europea per la produzione iberica non è sempre del tutto ingiustificata. Il rovescio della medaglia della commedia spagnola è sicuramente Días de futbol, un’inguardabile accozzaglia vanziniana di sketch volgari triti e ritriti,  attoracci e battutacce,  il tutto incorniciato da una fotografia insipida.  In tutta sincerità non riesco davvero a comprendere cosa abbia spinto gli organizzatori di questo festival a riproporre un film già inaccettabile qualche anno fa- è uscito nel 2004- e che mi ha costretto all’extrema ratio. Ebbene sì, sono sgattaiolata via a 10 min dalla fine:  la scena di sesso orale al ristorante, chiaramente quella sotto il tavolo era una Lei, con entrata dell’ex fidanzata del Lui che culmina in una- davvero imprevedibile-  gag comica non è adatta ai cuori deboli.  Ancora più intollerabile del cicciobombo protagonista sono state le risate del pubblico (Come può davvero divertire? In quel momento mi sono sentita così morettianamente in minoranza).

Vincitore assoluto dei Goya di quest’anno, ben 6 No habrà paz para los malvados apre il festival. E la coda per entrare in sala è interminabile. Non sono l’unica curiosa di vedere il nuovo thriller-noir dello sceneggiatore della Nona porta, Enrique Urbizu, che ha soffiato la statuetta all’imperatore del cinema spagnolo Almodovar. L’atmosfera noir –e anche un po’ western indossata dalla Madrid dei giorni nostri ( e forse anche un’ ingenua speranza che la storia si risolva in un finale esaltante ) è l’unico ancoraggio alla poltroncina di velluto.  Un’apparente litigio tra un poliziotto non proprio ortodosso e dal  passato oscuro, Santos Tinidad, e il proprietario di un bar  a luci rosse fa partire una doppia caccia all’uomo: da un lato la polizia cerca il colpevole, dall’altra il nostro assassino si mette sulle tracce dell’unico testimone della carneficina. La storia non dice ma suggerisce complotti molto meno banali di un dissapore tra alcolisti, arrivando addirittura a sospettare che dietro questa storiaccia si nasconda il male di tutti i mali, almeno per un occidentale: il terrorismo islamico.  Questi gli ingredienti di un film poco originale e poco coraggioso con l’unico merito di essere esteticamente riconoscibile, grazie anche ad un buon attore protagonista, che riesce a caratterizzare bene quest’antieroe a metà strada tra Er Monnezza , Clint Eastwood e il Russell di Death Proof.

La più bella sorpresa di questo festival è sicuramente Arrugas, un film di animazione tratto dalla graphic novel firmata Paco Roca. Emilio, ex direttore di banca in pensione, viene mandato dal figlio in una casa di riposo. Qui si trova a dover dividere la stanza con lo scaltro (o forse solo esageratamente concreto?) Miguel, e a dover affrontare i primi sintomi della sua malattia: l’alzahimer. Il dramma privato di Emilio è il dramma sociale della solitudine e dell’abbandono degli anziani, un tema che viene trattato con alte dosi di ironia e senza facili buonismi.  Un cinema che ha la capacità di non prendersi troppo sul serio, di giocare su un’ironia sempre ai limiti dell’unpolitically correct, il vecchio Miguel legge giornaletti sconci e non si fa scrupoli a spillare soldi agli altri ospiti del geriatrico approfittando delle loro debolezze e paturnie fisiche/mentali.

Prevedere il futuro di questo, al momento ancora disorganico, cinema non è così facile.  Dobbiamo considerare che il mosaico attuale è nato da poco insieme alla movida degli anni 80, periodo in cui David Trueba ambienta Madrid 1987, il suo ultimo lavoro. Miguel e Angela si incontrano durante gli anni di consolidamento della recente democrazia, uno il maestro l’altra l’allieva. Il confronto tra i due è il paradigma dell’emancipazione, e, come i personaggi di Trueba si trovano a dover scrivere un prologo, così il cinema spagnolo nel pieno della sua pubertà sta cercando un’autonomia e un’identità che gli permettano di confrontarsi con il panorama internazionale. Certo,  un cinema adolescente a volte corre il rischio di soffrire di superficialità e ingenuità, ma mentre si fa adulto ci regala quello sguardo limpido e sognatore proprio dell’infanzia, capace nei suoi momenti migliori di sublimarsi in una commovente purezza.

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