La banda delL’orma.

 In tutta la terra ridono uomini vili,

principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra è bella
d’uomini e d’alberi, di martirio, di figure
di pietra e di colore, d’antiche meditazioni.
[…]
Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi,
non alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati, filosofi, poeti,
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda.

Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue.

 Ai fratelli Cervi, Alla loro Italia, Quasimodo.

All’ora della mia partenza indussi democratiche elezioni amicali sulle mie sorti: si va o si resta? La plebiscitaria risposta fu“vai!”.

Mettendo da parte le trame della mia umile vita, l’esilio iberico si è poi avverato, la conclusione a latere fu la conferma dell’esitenza di un’endemica autocritica tutta nostrana: l’italiano opinante sull’italia primeggia nella pars destruens, con derive depressive evidenti in taxi, bar, o salotti.

Come lettura propedeutica alla partenza, per dover di cronaca ho scelto poi in felice solitudine, lessi il saggio di Pascale, Questo è il paese che non amo, un blando rimedio omeopatico ai miei desideri da stanziale.

Lo scrittore napoletano restituisce un traslucido fermo immagine dell’italiana assenza di speranza nel sistema politico che si espande a macchia d’olio fino al concetto stesso di politica portando a un cinismo sordo che sfiducia la militanza,  la società civile intera sfociando nel parossismo della lista delle sconfitte degli amici. Convinzioni fondate su una storia di piccoli e grandi saccheggi, su scandali impuniti: rassegnazioni fraintese per deduzioni che per troppa saldezza si trasformano in ubbie di maniera. Quella che dovrebbe essere solo una fase di gestazione preliminare all’azione, cioè il discorso, sfocia in una tirranneggiante aporia, e il linguaggio si nevrotizza abbandonando per la strada il compito di svelare la verità per trasformarsi in Produttore instancabile di opinioni: per definizione tutte indifferentemente valide. Se la parola si perde in questo nuovo postribolo semiotico, affermare x oppure y non ha quasi mai nessuna reale conseguenza e dunque poca significanza. Le parole e le cose smettono di aver bisogno di assomigliarsi.

Il benignesco leitmotiv del “questo straordinario nostro paese”è uno tra gli antidoti, anche se di natura ugualmente fugace, ma che almeno si cicaleggi sui resti di sane memorie. Per questo ringrazio Luca e un pomeriggio su skype in cui mi raccontò le gesta dei fratelli Cervi. Una numerosa famiglia emiliana che scelse la Resistenza – elezione tutt’altro che innocua: vennero fucilati in blocco a Reggio Emila nel dicembre del 43. La deliberata unità di sguardo sul mondo non forgiò solo le dinamiche familiari ma si diffuse viralmente per le loro campagne. Diedero vita ad un’azienda agricola atipica, abbandonando la classica struttura autoritaria delle famiglie di mezzadri e crearono una cooperativa a cui poi seguirono leghe di resistenza, mutue eccetera. Capirono come produrre di più e più velocemente, leggendo e tendendo l’orecchio a venti innovativi. E i vicini li seguirono.

Cos’è successo ai fratelli Cervi? Hanno smesso di filiare? Sono emigrati in Germania e hanno scientemente deciso di abbandonare il paese della vendita dell’Amaranto?

Chi ha la fortuna, se di fortuna si tratta, di incontrare la carboneria e riconoscere i partigiani può continuare a raccontare la storia dei fratelli Cervi, che prende strane, microscopiche e molteplici direzioni: la mia di oggi va dalle campagne alla città, approdando sotto il grandeur del colosseo.  Qui si accendono notturni lucori in uno studio di via annia. Qui si fanno libri mentre si dice che con la cultura non si mangia, o almeno ci mangia solo Bondi. È l’impresa di una casa editrice: L’orma, e la chiamiamo impresa perché è una lucida follia reificare un intangibile come la letteratura per farla entrare nel mondo.

Come mi immagino il podere dei Cervi nella campagna emiliana così al Celio la politica la si porta ogni giorno: sta nella la scelta della redazione, nell’organizzazione del lavoro in cui l’autoritarismo tipico della padronanza è felicemente sostituito da una rigorosa antigerarchia.

Il risultato visibile è che le realtà che si assomigliano si usmano e attraggono sensibilmente in un fruttuoso circolo autopoietico.

Questa storia non finisce con l’anticipata fucilazione, ma in un luogo lontano, il Kirghizistan, in cui le lettere cambiano di forma, e l’affrancatura che gli permette di viaggiare è il ritratto dei fratelli Cervi, e allora sì che il mondo  si con-fonde con la letteratura, e che anche per questo è un meraviglioso posto dove vivere.

E se pensiamo che la carboneria e la resistenza siano idee da piccolo mondo antico…

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