Comunità operative.

Foto di Zevs

Un’altra intervista all’architetto Alessandro Zorzetto, ex-collaboratore di Santiago Cirugeda, che opera in progetti di architettura sociale in una prospettiva di lavoro che guarda al concetto di procomune, di cooperazione e partecipazione. Un esempio è FestarchLab a Terni, che ha visto lavorare in team multiculturali persone provenienti da vari angoli di mondo, Spagna, Portogallo, Mozambico, coinvolgendo gli abitanti del quartiere popolare Costa, per saggiarne le esigenze e comprenderne le problematiche abitative. Il risultato sono i progetti che potete consultare nella web.

La risposta italiana alla questione abitativa, urgente anche nel nostro paese, come ci mostra la fotografia di collettivi come Incompiuto siciliano, che ha catalogato quasi 400 strutture pubbliche mai ultimate. L’urgenza di questionare anche il nostro sistema architettonico si fa sempre più profonda, le domande bussano alla porta del nostro belpaese.

1-Cosa definisce l’architettura sociale?

L’architettura sociale si basa sulla collaborazione e sulla condivisione delle risorse e degli spazi. Se per architettura sociale si intende quella istituzionale, credo che l’Italia abbia saputo fornire buoni modelli, affidando la progettazione dell’edilizia sociale a progettisti di alto livello. Al giorno d’oggi possiamo constatare che questi modelli purtroppo non sono riusciti a sopravvivere più di una generazione.

Quello che è mancato e continua a mancare all’architettura è un programma che permetta all’architettura stessa di funzionare a lungo termine. Non si può pretendere che un oggetto complesso come un manufatto architettonico venga utilizzato da uno o più soggetti senza fornire le relative “istruzioni” su come poterlo mantenere in funzione, bello e felice come appena costruito.

 2-Che problematiche individui nell’architettura tradizionale?

Credo che l’architettura tradizionale abbia molto da insegnarci. Mi riferisco a quelle soluzioni architettoniche grazie alle quali le popolazioni sono riuscite ad affrontare i problemi legati alla vita quotidiana: le case rurali, i villaggi antichi e le borgate, i centri storici, ma anche i sistemi costruttivi adottati dai popoli nomadi. Nel corso dei secoli queste tipologie abitative hanno saputo affrontare i climi più difficili e adattarsi ai vari contesti. Si tratta di architetture “povere”, più legate al buonsenso che alla necessità di apparire.

Oggi ci troviamo però di fronte alla banalizzazione dell’architettura, grazie ad un modello abitativo nato e cresciuto in seno al boom economico del dopoguerra. Si tratta di una tipologia ibrida, slegata dalla tradizione e più simile invece al modello infantile della casetta che sorride, con una porta, due finestre e un tetto a due falde. Questo prototipo radicale è il prodotto di un sistema governato da leggi di natura politica ed economica: i regolamenti edilizi, che scoraggiano anziché stimolare buone pratiche; il mondo dell’edilizia in genere, paragonabile al sistema aziendale di una catena di fast-food; gli interventi delle amministrazioni pubbliche, che mancano della necessaria partecipazione “dal basso”. Da questi ed altri fattori dipendono le innumerevoli problematiche che viviamo ogni giorno.

 3-Qual è secondo te un buon modello abitativo?

La mia ricetta ideale prevede l’autocostruzione da parte del futuro proprietario (guidata e accostata a maestranze specializzate), l’uso di materiali naturali o di scarto per ridurre i costi di costruzione, e un programma di mantenimento, affinchè il progetto funzioni sul lungo termine. La costruzione dell’abitazione dovrebbe coinvolgere anche il vicinato (q.b.), per poter creare un background di collaborazione e condivisione dello spazio tra persone che vivono nello stesso luogo. Il tutto sempre nel rispetto della legge e delle usanze locali.

4-Che ruolo gioca l’elemento puramente estetico nel tuo lavoro?

Quasi tutti i miei progetti sono stati pensati e realizzati con materiali di recupero o comunque low-cost, fattore che dipende principalmente dal budget a disposizione. Nella maggior parte dei casi si tratta di autoproduzioni, e questo influisce molto sulla resa finale del progetto. Ciònonostante credo che forma e tipologia di rivestimento (texture) servano innanzitutto per trasmettere un messaggio. Ho sempre cercato di rendere l’idea dell’utilizzo finale dell’oggetto architettonico attraverso la forma. Una sagoma dal profilo curvilineo può suggerire lo slancio per tuffarsi nel fieno, mentre una forma ovoidale può trasmettere l’idea di calore e avvolgimento tipica di un rifugio. Una texture intrecciata in modo irregolare rimanda invece all’idea di natura, quella di un nido o delle fronde degli alberi in un bosco. Oltre ad essere bello, un oggetto di questo tipo deve riuscire a suscitare emozioni. Anche l’olfatto può essere stimolato attraverso il profumo del fieno, ad esempio, e può far tornare a galla ricordi di un’infanzia trascorsa in campagna. In tal senso può diventare estetico anche un profumo.

Scherzando poi sul concetto vitruviano di venustas (bellezza) si può anche costruire un oggetto architettonico “brutto”. Un allestimento realizzato assemblando impalcature arrugginite, come atto di denuncia contro la mancanza di finanziamenti per l’arte. L’oggetto continua comunque ad avere un impatto estetico e a trasmettere un messaggio. Sta all’osservatore riuscire a coglierlo e porsi delle domande a riguardo.

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