Come le zanzare.

Pur essendo evidente che possano esistere più zanzare che uomini, ciò nonostante l’uomo costituisce un metro-campione rispetto al quale gli uomini hanno necessariamente la maggioranza [sulle zanzare]. La maggioranza non designa una quantità più grande, ma anzitutto questo campione in rapporto al quale le altre quantità, quali che siano, saranno dette più piccole. Per esempio, le donne e i bambini, i Negri e gli Indiani saranno minoritari rispetto al campione costituito dall’Uomo bianco-cristiano maschio-adulto-americano (Deleuze)

In molte nazioni le donne non hanno davanti alla giustizia gli stessi diritti associativi, contrattuali, di proprietà di mobilità e di libertà religiosa di un uomo. Soffrono più degli uomini di denutrizione, e in più sono vittime di violenza e abusi. Guardando al nostro brodo pensiamo alla doppia giornata lavorativa, al tasso di disoccupazione sensibilmente più alto rispetto a quello mascolino, al femminicidio presente anche qui da noi. Per non parlare dei diritti riproduttivi che vengono questionati quotidianamente o quasi, come quello aborto (qui un Giuliano Ferrara con la sua lista pro-vita), fino ad arrivare alla rappresentazione (o meglio dire cosificazione) massiva mediatica e ad autolimitazioni tanto introiettate da sembrarci semplicemente naturali che invadono i campi più svariati dall’erotismo all’essere madre, al lavoro domestico: tutti aspetti rigidamente controllati – e giudicati- dalla società. Davanti a questo ritratto ci si aspetterebbe di vedersi rappresentate almeno nello spazio politico. Non solo non è così ma se esiste una volontà politica è invisibilizzata dal migliore dei censori. Se, come diceva Norberto Bobbio, la distribuzione dei seggi in Parlamento dev’essere una rappresentazione concreta dello spazio politico italiano dove  ci si dispone come su un continuum, “da destra a sinistra” per garantire la rappresentanza di tutti, perché non è ancora (ri)nata l’esigenza di prendere la nostra parte, ce è poi quello che si propone di fare un movimento o un partito? Quando abbiamo rinunciato all’idea di una rappresentanza? La risposta più gettonata è stata che  siamo ancor prima che donne cittadine, con etica e morali eterogenee, e che il nostro status femminile non è abbastanza per poter trovare nella diversità un’unità superiore. A parte rimandare alla prima parte del post (e non ne basterebbero altri cento per enumerare tutti i campi in cui una donna si trova in inferiorità) l’obiezione non è  sufficiente per un altro motivo essenziale: la democrazia stessa  è  l’arte di gestire il disaccordo (o il non-accordo).  Inoltre nella sua forma degenerata, che è poi il bipolarismo, si è arrivati all’invento di nuove forme partitiche “ornitorinche” (vedi il ma-anchismo del PD che mette insieme la Binetti e Cuperlo) proprio in una nuova forma di partito che tenta una sintesi di tanti elementi contraddittori fino ad arrivare a un’ambiguità di valori, e non sembra preoccuparsene più di tanto.

Perché allora è cominciata la nostra sparizione?  Se penso allo spazio politico italiano una costante è quella dell’opposizione: democristiani/comunisti, destra /sinistra, ecc…Tutti dualismi instabili, per definizione storici e che fanno e hanno fatto la storia politica del nostro paese. Il problema non potrebbe stare allora nella difficoltà di “trovare il nostro nemico”? Lascio le questioni aperte davanti alla sempre più pressante idea che urge un Prendere parte. Le nostre istanze sono tante, e in questo tempo di crisi ancora di più.

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