Elogio dell’ovvio.

Cold creek manor è un thriller del 2003 diretto da Figgis, quello di Via da Las Vegas, che parassita sul genere horror- thriller alla Cape Fear (infatti nel cast c’è Juliette Lewis)senza possederne le qualità: privo di suspense, traboccante d’ incongruenze narrative e dal finale usurato.  Uno di quei film che appena usciti sono già scaduti, e che tramontano nell’angolo più buio della videoteca sotto casa. La storia è quella della fuga dalla città di una coppia newyorkese in difficoltà coniugali: lui documentarista squattrinato ma appassionato(Dennis Quaid), lei donna in carriera (Sharon Stone), con due bimbi. Quando uno dei figli viene quasi travolto da un’auto decidono di abbandonare la Grande Mela per proteggere i loro pargoletti dai pericoli del traffico.  I veri pericoli sono però altri, annidati nel potere corruttivo del denaro, nello stile di vita stressante che divide la coppia e fa trascurare i bambini, corrodendo inevitabilmente il tessuto della famiglia [per inciso ricordiamo che la situazione precipita perché Lei lavora, e non si ricorda di mettere la sveglia]. Comprano una grande villa ipotecata con parco in campagna, ma i problemi non finiscono, il precedente proprietario della casa, un giovane psicolabile e fisicato, inizia a perseguitarli, mentre diventa sempre più chiaro che oltre a fare molta palestra quest’ultimo ha ucciso a colpi di martello i propri figli e moglie al seguito.

Insomma dopo il primo quarto d’ora, solo dal modo in cui fuma, siamo in grado di individuare il colpevole: la sublimazione dell’ovvio. Dunque perché decidere di  parlare di questa superflua opera da cassetta?

Perché Il suo atout sta giustamente nella sua ovvietà. Il coacervo di stereotipi concentrati nell’ora e mezza di celluloide ci è tanto familiare da non poterne sondare le profondità significative. Per questo il mio tentativo di illuminare elementi che accettiamo ad occhi chiusi, ma che forse se li guardiamo bene da vicino scopriamo di non capire del tutto, o almeno di disconoscerne l’origine, e la cui insensatezza in realtà può meravigliarci. L’ovvio è una necessità, un limite e a volte anche una scoperta.

Per farlo propongo una sinossi “altra” del film.

Nel prologo, poi ripreso nel momento topico di crisi di coppia- confessione in cucina, Sharon Stone se ne sta seduta in business class a fianco del suo affascinante capo, mentre lui le propone una promozione corredata da avance.  Lei è sul punto di accettare quando il figlio, lasciato senza le cure materne, viene quasi investito da un’auto.  Sharon tornerà sui suoi passi decidendo dunque di non abbandonare la famiglia e di andare a trasferirsi in campagna, dove suo marito potrà liberamente continuare l’attività di documentarista mentre lei dovrà abbandonare i tailleur.

Tutto dovrebbe filare liscio, ora che la mogliettina si è trasformata in una  dama di casa, però a quanto pare, ancora no. Sharon ancora non è stata del tutto domata, e il prevedibile brivido erotico che vien dalla campagna porta più di un turbamento. La magione viene misteriosamente invasa dai serpenti, e non ci vuole molto a capire che il desiderio sessuale di Sharon verso il bel psicolabile è frutto del maligno e, se soddisfatto, porterà dritti dritti verso la catastrofe.  Ma per fortuna c’è chi già lo sa: il buon marito, dotato almeno lui di raziocinio,  si dimostrerà in grado di badare alla sua famiglia finalmente e la sua onesta virilità riprenderà il suo naturale posto nel mondo e così la terra continuerà a girare. Una volta distrutto completamente il desiderio d’autonomia della sua compagna tutto inizia a filar liscio e anche la bella Sharon si scoprirà finalmente serena mentre, vestita come la signora del West, guarda i figli giocare in piscina. Non può dire lo stesso l’inquieta single Juliette Lewis, che avendo scelto di trasgredire, restando da sola, mantenendosi come cameriera, non ha davanti che un tragico destino, e non le resterà che guardare la radiosa famiglia da una terra di morte e desolazione, con il volto sfatto circondata da lapidi. Stupida lei, quando la scelta giusta è così: ovvia.

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One thought on “Elogio dell’ovvio.

  1. Ovvia anche la scelta di non andarlo proprio a vedere ‘sto film. A dire il vero era già stato il trailer a convincermi di non spenderci dei soldi, ora questa recensione mi ha definitivamente arricchito.

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