Archivi categoria: Film invisibili

Recensioni di film poco distribuiti o che non riescono ad oltrepassare i confini, o che viaggiano liberamente nel cyberspazio peró son difficili da afferrrare.

El misterio de la vida en el mundo de los Berthalias

En un espacio despojado, con iluminación cenital y una superficie mínima de 4 x 4 metros se desarrolla la varieté de los Berthalias, mamífero fantásticos en enterito de lentejuelas. Los trajes que visten homologan y al mismo tiempo exaltan las diferencias entre los cuerpos. Los Berthalias ponen en escena sus vicisitudes reproductivas atravesando las diferentes etapas del cortejo, la fecundación y la maternidad. Son sus propios cuerpos los campos de batalla donde cobran vida múltiples paisajes. Cada coreografía activa registros diferentes que apuntan a bombardear las intromisiones del discurso mediático, institucional y religioso sobre la reproducción. Un hulla-hulla y una bicicleta fija son los únicos objetos que permiten a los Berthalias transitarlos. Desde una atmósfera inicial cómica, la varieté vira desprejuiciadamente del discurso científico, a la fábula, hasta llegar a la crónica televisivo-agonística de un aborto. La deriva de los Berthalias reivindica el poder de la risa y utiliza hilaridad y asombro para hablar de la elección del aborto.

Acá el enlace al video del espectaculo.

El blog de Las Berthas: Existen para enamorarse.

http://lasberthas.wix.com/lasberthas

 

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Elogio dell’ovvio.

Cold creek manor è un thriller del 2003 diretto da Figgis, quello di Via da Las Vegas, che parassita sul genere horror- thriller alla Cape Fear (infatti nel cast c’è Juliette Lewis)senza possederne le qualità: privo di suspense, traboccante d’ incongruenze narrative e dal finale usurato.  Uno di quei film che appena usciti sono già scaduti, e che tramontano nell’angolo più buio della videoteca sotto casa. La storia è quella della fuga dalla città di una coppia newyorkese in difficoltà coniugali: lui documentarista squattrinato ma appassionato(Dennis Quaid), lei donna in carriera (Sharon Stone), con due bimbi. Quando uno dei figli viene quasi travolto da un’auto decidono di abbandonare la Grande Mela per proteggere i loro pargoletti dai pericoli del traffico.  I veri pericoli sono però altri, annidati nel potere corruttivo del denaro, nello stile di vita stressante che divide la coppia e fa trascurare i bambini, corrodendo inevitabilmente il tessuto della famiglia [per inciso ricordiamo che la situazione precipita perché Lei lavora, e non si ricorda di mettere la sveglia]. Comprano una grande villa ipotecata con parco in campagna, ma i problemi non finiscono, il precedente proprietario della casa, un giovane psicolabile e fisicato, inizia a perseguitarli, mentre diventa sempre più chiaro che oltre a fare molta palestra quest’ultimo ha ucciso a colpi di martello i propri figli e moglie al seguito.

Insomma dopo il primo quarto d’ora, solo dal modo in cui fuma, siamo in grado di individuare il colpevole: la sublimazione dell’ovvio. Dunque perché decidere di  parlare di questa superflua opera da cassetta?

Perché Il suo atout sta giustamente nella sua ovvietà. Il coacervo di stereotipi concentrati nell’ora e mezza di celluloide ci è tanto familiare da non poterne sondare le profondità significative. Per questo il mio tentativo di illuminare elementi che accettiamo ad occhi chiusi, ma che forse se li guardiamo bene da vicino scopriamo di non capire del tutto, o almeno di disconoscerne l’origine, e la cui insensatezza in realtà può meravigliarci. L’ovvio è una necessità, un limite e a volte anche una scoperta.

Per farlo propongo una sinossi “altra” del film.

Nel prologo, poi ripreso nel momento topico di crisi di coppia- confessione in cucina, Sharon Stone se ne sta seduta in business class a fianco del suo affascinante capo, mentre lui le propone una promozione corredata da avance.  Lei è sul punto di accettare quando il figlio, lasciato senza le cure materne, viene quasi investito da un’auto.  Sharon tornerà sui suoi passi decidendo dunque di non abbandonare la famiglia e di andare a trasferirsi in campagna, dove suo marito potrà liberamente continuare l’attività di documentarista mentre lei dovrà abbandonare i tailleur.

Tutto dovrebbe filare liscio, ora che la mogliettina si è trasformata in una  dama di casa, però a quanto pare, ancora no. Sharon ancora non è stata del tutto domata, e il prevedibile brivido erotico che vien dalla campagna porta più di un turbamento. La magione viene misteriosamente invasa dai serpenti, e non ci vuole molto a capire che il desiderio sessuale di Sharon verso il bel psicolabile è frutto del maligno e, se soddisfatto, porterà dritti dritti verso la catastrofe.  Ma per fortuna c’è chi già lo sa: il buon marito, dotato almeno lui di raziocinio,  si dimostrerà in grado di badare alla sua famiglia finalmente e la sua onesta virilità riprenderà il suo naturale posto nel mondo e così la terra continuerà a girare. Una volta distrutto completamente il desiderio d’autonomia della sua compagna tutto inizia a filar liscio e anche la bella Sharon si scoprirà finalmente serena mentre, vestita come la signora del West, guarda i figli giocare in piscina. Non può dire lo stesso l’inquieta single Juliette Lewis, che avendo scelto di trasgredire, restando da sola, mantenendosi come cameriera, non ha davanti che un tragico destino, e non le resterà che guardare la radiosa famiglia da una terra di morte e desolazione, con il volto sfatto circondata da lapidi. Stupida lei, quando la scelta giusta è così: ovvia.

Re e regine.

Dovendo scrivere un “progetto” sulla donna, il corpo e l’alta moda, in quest’ultima settimana mi sono data alla visione di una serie di film sul mondo dell’haute couture, e, devo ammettere, con un certo godimento. Non sarei mai andata a vederli sul grande schermo perché il mio provincialismo borghese pseudo-femminista mi impediva di chiedere alle amiche di accompagnarmi, anche se, sapevo, condividevamo la stessa inconfessabile curiosità.

Bene, adesso con la scusa della ricerca sto sfogando questo mio meschino prurito da spettatrice inibita.

E devo ammettere che è già interessante accettare l’esistenza di questi desideri indotti, negarli infatti significa anche un po’ negare il mondo circostante, rifiutare di guardare l’influenza quotidiana del  cosiddetto glamour, in due parole: significa fingere di vivere altrove. Meglio ammettere,  con la conseguenza di  rifletterci su e magari esorcizzarli per quanto possibile.

Quindi il primo esercizio è davvero quello di riconoscere la propria dipendenza: Ciao, mi chiamo Virginia e anche i miei desideri sono manipolati. Vivo nel costante bisogno allucinatorio di scarpe. E con me migliaia di donne. Ne possiedo pochissime, perché le mie finanze e la mia sanità mentale non permettono di assecondarmi, però potessi…

Come diceva Barthes guardare nei profondi abissi del superficiale è il modo per analizzare l’attuale.

E cosa ci racconta subito quest’attuale? Che esiste un’ideale platonico esistenziale ed estetico che combacia con l’attuale concetto condiviso di femminilità. Banalmente la sessualizzazione dei prodotti in pubblicità passa per il corpo di donna, siamo noi le sportive dello shopping, e siamo sempre noi il pubblico seduto ai bordi dei défilé, maniache osservatrici di queste altre perfette perché magre, eleganti, che incidono roboticamente tra ammirazione e invidia, e, allo stesso tempo, sono esposte al pubblico ludibrio: è sufficiente un solo passo falso, un’imperfezione.  La perversione di questo teatro passa per un uomo ipotetico che in questa triangolazione semiotica ci trasforma in interpreti del suo ipotetico desiderio.

La seconda riflessione, più specifica, che nasce dopo la visione di “The september issue” e “Valentino, The last emperor” va a corroborare la prima.

The september issue  filma il making of del numero più importante di Vogue, andando a ritrarre l’enigmatica Anna Wintour,  la Meryl Streep del Diavolo veste Prada per intenderci con quei pochi che ancora fingono di non conoscerla, considerata tra le donne più influenti e potenti degli Stati uniti.

Il secondo film è un tributo allo stilista italiano ritiratosi qualche anno fa.

Wintour viene presentata come una donna il cui corpo, partendo dai capelli fino allo sguardo, è perturbantemente immobile, fisso in un manierismo finalizzato a nascondere la persona, tanto che per la maggior parte del tempo la vediamo indossare occhiali da sole (anche dentro stanze in penombra) portati esclusivamente per rendersi inintelligibile. Una donna apparentemente priva di passioni.  Scientemente indifferente, tanto da raccontare con una allucinante normalità che “questo lavoro lo decise mio padre per me”. Una donna asessuata, nelle due ore di pellicola non si accenna mai alla sua vita sentimentale,  potentissima perché priva di umanità, lavoratrice instancabile, come una sorta di superoperaio multimiliardario tanto alienato da non concepire una vita altrimenti. Questa figura femminile viene messa in opposizione con quella dell’editor senior di Vogue: Grace.  Immediatamente il regista gerarchizza la relazione tra le due: Grace si presenta subito come una figura alle dipendenze di, tanto che le sue prime parole sono “rischio di essere licenziata per questo”.  La donna che ha scelto di vivere nell’ombra si racconta in tutta la sua dimensione umana facendola emerge parallelamente a quella lavorativa, indiscernibili perché Grace è invece guidata dall’entusiasmo (che non paga, ma fa tanta tenerezza!).

E se Grace trova nella moda il suo personale cammino nella ricerca del bello, allo stesso tempo è presentata come un a donna il cui lavoro viene continuamente umiliato. Il regista ricerca la dimensione dell’empatia esclusivamente attraverso il personaggio apparentemente secondario dell’assistente frustrata, ignorata, e termina il suo lavoro con una sequenza in cui Grace, a Versailles, commossa da tanta antica bellezza, ammette di aver peccato di romanticismo. Capiamo che questa gallese dai capelli rossi non ha rinunciato alla felicità per fare carriera, e tiriamo un sospiro di sollievo. Nessuna di noi vorrebbe davvero essere come Anna , il prezzo da pagare è troppo alto, è l’alienazione da se, l’infelicità, la rinuncia a tutto per il potere. Meglio diventare una Grace, per sempre subordinata ma contenta. Almeno così ci dicono.

Valentino, the last emperor  si apre sul backstage di una sfilata con un Valentino in odore di ritiro dalle scene, con giornalisti in lacrime, modelle sconvolte dal dolore e un clima di irreale trasporto emotivo.

Lo capiamo subito, Valentino non ha bisogno di sdoppiarsi. E’ un artista, rispettato, potentissimo, eppure amato al limite dell’isteria. Le sue idiosincrasie, le sue stranezze sono quelle del vero sognatore (parola ripetuta fino alla nausea da OGNI personaggio in scena), al contrario di Anna, non ha mai pensato di fare altro nella vita, anzi la sua è stata una scelta osteggiata, ma il nostro eroe determinato e appassionato ha superato ogni ostacolo per realizzarsi pienamente e diventare il completissimo Valentino: una persona piena, un eroe appunto.

Questa esasperazione scenica testimonia una realtà, le donne pagano molto di più il potere, rinunciano per il potere, mentre l’uomo attraverso la conquista del potere si completa, ma è davvero necessario raccontarlo così? I due film vanno visti insieme, uno dopo l’altro, per incazzarsi meglio…

Chico y Rita

La Pixar sta all’animazione come la Apple al telefonino: sono il meglio che c’è. Sono inarrivabili nelle tecniche di realizzazione, nella qualità della sceneggiatura, nella precisione“scenografica”, insomma un po’ in tutto. Segue la Dreamworks. Fatturano fantastiliardi, producono moltissimi film che vincono praticamente ogni premio esistente nel campo dell’animazione, e a ragione: sono bellissimi. Chi non si ha pianto o voluto farlo- vi siete trattenuti solo perché di fianco c’era un imperturbabile bambino di  7 anni- durante i primi dieci minuti di Up? Chi non ha insistito per farsi prestare il figlio di un amico e rivedere Ratatouille  per la dodicesima volta?

I prodotti Pixar, dico Pixar per intenderci ma essere qualunque production di animazione CG, hanno il sapore dei vecchi cartoon Disney ma sono incredibilmente più evoluti tecnicamente, o meglio tecnologicamente.

La differenza è che non possiamo più intuire il disegno, lo studio e il bozzetto che hanno dato vita a Wall-e. La sua genesi è talmente fitta di passaggi che quasi non si riesce a immaginare che quel piccolo robottino sia stato uno schizzo di bic nel salotto di un geniale americano in bermuda. Si perdono l’impronta di matita che c’era nei vecchi cartoni, quelli che come spettri tornano sottoforma di cori allegrotti in nostalgici fine serata, richiamandosi l’uno con l’altro in maniera tanto ossessiva da poter provocare nausea oltre che secchezza delle fauci.

Con questo non penso che si stesse meglio quando si stava peggio, o che “non si fanno più i bei cartoni di un tempo”. Assolutamente. Mi sono accorta però di una tendenza, forse solo mia ma non credo, cioè quella di ricercare quel sapore di grafite che lascia intravedere una mano in trasparenza, che ci immerge in un mondo straniante perché deliberatamente inverosimile, abitato da personaggi che si muovono rigidi come burattini. Un mondo dove esiste ancora la possibilità di essere testimoni dell’errore, dello sbaglio da mano umana, un’ imprecisione che non solo accettiamo ma che addirittura fingiamo di non vedere per quel meccanismo meraviglioso che è la sospensione d’incredulità.

Credo sia anche questo il motivo che mi spinge verso lo scaffale dei fumetti, dove dò sempre uno sguardo alle graphic novels, non le compro mai perché la maggior parte delle voltecostano davvero troppo e il più delle volte le leggo appollaiata sugli sgabellini firmati Feltrinelli.  Quest’eco dell’infanzia mi pare pandemico: Internazionale ospita la rubrica, ormai quasi fissa, di graphic journalism, mentre Gipi è una piccola underground-star , e in Europa oltre Satrapi, Dautremer e Lizard fioriscono gli artisti-disegnatori. In Italia segnalo Manuel Fior, e per dare un senso alla categorizzazione di questo post in “Film invisibili” consiglio il cartoon Chico Y Rita– Arrugas l’ho già caldeggiato qui!- l’ultimo lavoro di Fernando Trueba e Javier Mariscal. Una storia d’amore e musica tra Cuba e New York negli anni dell’apartheid americano e della rivoluzione del Che e Fidel. Bellissima la colonna sonora, a sorpresa c’è anche Estrella Morente!, e il gusto di un film pieno zeppo di “errori”.

The league of noble peers.

Mentre dal nord Europa arrivano i partiti pirata, quello tedesco Piratenpartei Deutschland è arivato all’8.3%  alle ultime elezioni, the Pirate Bay-IL SITO from sweden da cui scaricare torrent- viene bloccato in Italia. Ma mille protoclli peer to peer(P2P) sono già nati, tra cui Vodo. La differenza è che Vodo è totalmente legale pur essendo un sito di condivisione di file bitorrent. Scaricando ci si trasforma in sponsor e questo grazie al fatto che Vodo lavora con creatori, musicisti, registi, che volontariamente si affidano alla distribuzione free to share. Lo stesso Vodo si trasforma in uno sponsor, basta inserirlo tra i credits. Una piattaforma che non solo ha un archivio cinematografico e musicale in continua crescita ma ha anche l’ambizione di trasformarsi in una casa di produzione- certo sempre P2P.

Dopo il colossal Steal this film, che poi fu la risposta all’ennesimo blocco-nello specifico la sentenza venne dalla corte inglese- del sito The Pirate Bay, il passo fu breve. Migliaia di documentaristi, registi emergenti e non, musicisti contrari all’attuale concetto di proprietà intellettuale scesero in campo con il loro lavoro per ridisegnare un diritto d’autore alternativo.

Il sudamerica non si fa attendere: nasce Cinepata, sullo stesso modello, investendo poi su un enorme mercato sepolto presente soprattutto adesso in latino america, che è quello del cinema indipendente.

La realtà italiana per ora mi è sconosciuta, anzi se qualcuno mi aiutasse nell’impresa di scoprirne di più… Forse il corrispettivo nazionale sono le web series, come Freaks (che ancora non ho visto) o Stuck. Produzioni che hanno avuto la capacità di giocare con le possibilità di diffusione del web ma non hanno certo preso di petto la questione più politica della condivisibilità insita nel mondo 2.0.