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Santiago Cirugeda. L’architettura è un’arma politica.

L’intervista all’architetto Santiago Cirugeda su Alfabeta.

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Casa dolce casa.

La crisi edilizia ha trasformato l’urbanistica delle città spagnole, case abbandonate, solares, muri vuoti e porte surreali che si aprono su blocchi di cemento.

L’iniziativa di un gruppo di studenti, di quelli mi immagino io che c’hanno il computer assemblato e col motorino che fa i 100 all’ora…, hanno deciso di recuperare il materiale da un edificio lì lì per essere demolito per costruire uno spazio collettivo di lavoro e riflessione urbana.

Abbandonati dall’amministrazione pubblica, cittadini ma anche artisti hanno lavorato sull’autogestione a 360 gradi: a fortiori l’autocostruzione fisica dello spazio, che significa pensare ad un luogo polimorfico, adattabile ad una compagnia di teatro come ad un gruppo di vicini, anche perché il team di architetti è, come vedremo, a dir poco eterogeneo.

I teatranti della compagnia Varuma stanno cercando casa a Siviglia quando si accorgono che non sono i soli. Molti altri progetti culturali vagano senza fissa dimora o abitano sedi limitanti e non ben strutturate. Hanno deciso di unirsi e di costruirsela la casa. Con l’aiuto dell’architetto Santiago Cirugeda, di cui abbiamo parlato qui, e di goteo come piattaforma di autofinanziamento. Sotto la supervisione di un architetto di fama internazionale, hanno partecipato professionisti e non, in un’impresa fisica di creazione aperto alla cittadinanza.

Sì può aiutare il progetto anche solo con 1 euro, e riflettendo sulla riappropriazione dello spazio urbano, sull’ingiustizia di una crisi edilizia che non solo si paga con debiti pubblici in crescendo continuo, ma anche nella quotidianità di un paesaggio oppresso da abitazioni inabitate, anche a volte perché lasciate deserte per un tempo infinito fino a farle letteralmente crollare su loro stesse. Il paradosso perverso è poi quello di non riuscire a trovare un luogo, in questa landa di muri senza padroni. I prezzi continuano a essere troppo alti.  Ingiustamente continuiamo a pagare gli errori e le aberrazioni di questa distopia capitalista. Iniziare a costruire l’alternativa, partendo dallo spazio della città, per non solo riprenderselo ma anche per provare a provare e  immaginarlo diverso.

Recetas urbanas.

L’antropologo francese Marc Augé definisce non-luoghi quegli spazi urbani che non creano singole identità né relazioni, ma soltanto solitudine e similitudine, spazi in cui l’individuo si trasforma in consumatore o in automobilista etc… I segni mediatici procedono da questo spazio senza qualità, uno spazio architettonico che ingloba le nostre città, che si sviluppa senza sosta.

Già i Situazionisti Come  pratica di resistenza alla creazione di questi terrain vagues elaborarono un programma d’azione chiamato Urbanismo Unitario: guerriglia estetica finalizzata allo sconvolgimento del tessuto urbano preesistente. La chiave di volta di questa fantasiosa resistenza fu il concetto di détournement, teorizzato nel 1957 da Debord. Détournement è traducibile con straniamento: è una pratica che modifica il modo di vedere oggetti o concetti comuni, strappandoli al loro contesto abituale e inserendoli in una nuova e inconsueta relazione avviando un processo di riflessione critica.  A differenza del détournement alla Duchamp i Situazionisti lo finalizzano allo stravolgimento della grammatica culturale, cioè l’insieme  delle relazioni di potere e egemonia  che regolano  l’interpretazione di oggetti d’uso e modi di comportamento riproducendo così il sistema di rapporti sociali di comando.Così la grammatica culturale è parte di questa mitologia quotidiana quasi mai messa in discussione, ma viene semplicemente assunta come un dato di fatto, come una presenza naturale.

Il détournement funziona come una “tattica”. La tattica infatti gioca sul terrenoimposto dalle regole di potere, si muove per così dire in campo nemico, gioca con leforze di potere cercando di infilarsi tra le crepe di quest’ultima attraverso anche piccoleazioni quotidiane. Spesso queste azioni “tattiche” sono temporanee, sovvertono perpoco le strategie del potere, non hanno la pretesa di “cambiare la società” radicalmentee permanentemente, ma di procedere efficacemente a farlo, passo dopo passo, azionedopo azione connettendo un intervento con l’altro, formando molteplicità di individui edi pratiche quotidiane in una sorta di potenziale “strategia delle tattiche”.

I Situazionisti per quanto siano definiti come un collettivo artistico rifiutavano l’idea di arte borghese ma soprattutto non concepivano le azioni artistiche non finalizzate a un progetto politico rivoluzionario.La cultura non si forma in segmenti sociali circoscritti ma comprende tutte le forme di espressione umana, tutte le azioni e i tutti prodotti del quotidiano, comprende i rapporti tra gli individui, la società e le imposizioni sociali. Quindi la cultura pervade interamente la società, e dunque ogni azione culturale è anche un’azione politica.

Dove collocare l’architettura in questa catena di meccanismi produttivi e riproduttivi del potere? Lo spazio pubblico  rappresenta e riproduce le dimensioni della grammatica culturale dominante, ma allo stesso tempo si apre alla possibilità di sovvertire quelle stesse regole per la sua stessa caratteristica di spazio inglobante ed eterogeneo, uno spazio che lascia margini di manovra agli individui persottrarsi alle strategie di comando. La prima caratteristica dello spazio urbano è infattiquello di essere in termini di grammatica culturale leggibile simbolicamente: architetture come municipi rappresentano infatti il potere politico, musei, chiese sonosimboli di valori culturali. Comprendendo l’effetto simbolico delle strutture spaziali sipuò stravolgerlo innescando nuove concatenazioni, giocando con i valori stabiliti e caricandoli di un senso nuovo.

Se, come diceva Eco in Opera Aperta,   l’architettura è una forma di comunicazione di massa in quanto non è che un’ operazione che si rivolge a gruppi umani, per soddisfare alcune loro esigenze e persuaderli a vivere in determinato modo, allora anche l’architettura può essere letta in termini di grammatica culturale, così come può sfuggire e trasformarsi in arte politica. Nel contesto dominante dell’architettura spettacolo e dell’architettura investimento l’architetto spesso si trasforma in un designer, o in un mero esecutore di modelli chehanno ottenuto successo a livello economico, senza mettere sulla bilancia l’aspetto sociale dell’ habitat urbano. L’architettura sociale però esiste e l’esempio è quello del collettivo RecetasUrbanas, capitanato dal sivigliano Santiago Cirugeda (QUI una bella intervista).  Lo scopo è quello di cercare di creare luoghi che sovvertano temporaneamente la logica dominante della città come vetrina turistica e investimento economico. I cittadini riacquistano un ruolo chiave ed attivo nella creazione della loro città e la strategia per riumanizzare la città resta il détournement. Deviare e affrontare i problemi con soluzioniimprevedibili, sia cercando di approfittare di lacune nella legislazione urbanistica, sia affrontando questioni a livello di materiali.

Nascono così progetti quali l’occupazione di un solares, trasformando un luogo senza utilità in uno spazio collettivo come può esserlo un parco giochi.

Aspettando di intervistare l’architteto-cittadino segnalo anche il collettivo Arquitecturas Colectivas, di Valencia che organizza inumerevoli workshop e un festival di urbanismo sociale. Se conoscete realtà simili in Italia segnalate!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Virginia Negro