Re e regine.

Dovendo scrivere un “progetto” sulla donna, il corpo e l’alta moda, in quest’ultima settimana mi sono data alla visione di una serie di film sul mondo dell’haute couture, e, devo ammettere, con un certo godimento. Non sarei mai andata a vederli sul grande schermo perché il mio provincialismo borghese pseudo-femminista mi impediva di chiedere alle amiche di accompagnarmi, anche se, sapevo, condividevamo la stessa inconfessabile curiosità.

Bene, adesso con la scusa della ricerca sto sfogando questo mio meschino prurito da spettatrice inibita.

E devo ammettere che è già interessante accettare l’esistenza di questi desideri indotti, negarli infatti significa anche un po’ negare il mondo circostante, rifiutare di guardare l’influenza quotidiana del  cosiddetto glamour, in due parole: significa fingere di vivere altrove. Meglio ammettere,  con la conseguenza di  rifletterci su e magari esorcizzarli per quanto possibile.

Quindi il primo esercizio è davvero quello di riconoscere la propria dipendenza: Ciao, mi chiamo Virginia e anche i miei desideri sono manipolati. Vivo nel costante bisogno allucinatorio di scarpe. E con me migliaia di donne. Ne possiedo pochissime, perché le mie finanze e la mia sanità mentale non permettono di assecondarmi, però potessi…

Come diceva Barthes guardare nei profondi abissi del superficiale è il modo per analizzare l’attuale.

E cosa ci racconta subito quest’attuale? Che esiste un’ideale platonico esistenziale ed estetico che combacia con l’attuale concetto condiviso di femminilità. Banalmente la sessualizzazione dei prodotti in pubblicità passa per il corpo di donna, siamo noi le sportive dello shopping, e siamo sempre noi il pubblico seduto ai bordi dei défilé, maniache osservatrici di queste altre perfette perché magre, eleganti, che incidono roboticamente tra ammirazione e invidia, e, allo stesso tempo, sono esposte al pubblico ludibrio: è sufficiente un solo passo falso, un’imperfezione.  La perversione di questo teatro passa per un uomo ipotetico che in questa triangolazione semiotica ci trasforma in interpreti del suo ipotetico desiderio.

La seconda riflessione, più specifica, che nasce dopo la visione di “The september issue” e “Valentino, The last emperor” va a corroborare la prima.

The september issue  filma il making of del numero più importante di Vogue, andando a ritrarre l’enigmatica Anna Wintour,  la Meryl Streep del Diavolo veste Prada per intenderci con quei pochi che ancora fingono di non conoscerla, considerata tra le donne più influenti e potenti degli Stati uniti.

Il secondo film è un tributo allo stilista italiano ritiratosi qualche anno fa.

Wintour viene presentata come una donna il cui corpo, partendo dai capelli fino allo sguardo, è perturbantemente immobile, fisso in un manierismo finalizzato a nascondere la persona, tanto che per la maggior parte del tempo la vediamo indossare occhiali da sole (anche dentro stanze in penombra) portati esclusivamente per rendersi inintelligibile. Una donna apparentemente priva di passioni.  Scientemente indifferente, tanto da raccontare con una allucinante normalità che “questo lavoro lo decise mio padre per me”. Una donna asessuata, nelle due ore di pellicola non si accenna mai alla sua vita sentimentale,  potentissima perché priva di umanità, lavoratrice instancabile, come una sorta di superoperaio multimiliardario tanto alienato da non concepire una vita altrimenti. Questa figura femminile viene messa in opposizione con quella dell’editor senior di Vogue: Grace.  Immediatamente il regista gerarchizza la relazione tra le due: Grace si presenta subito come una figura alle dipendenze di, tanto che le sue prime parole sono “rischio di essere licenziata per questo”.  La donna che ha scelto di vivere nell’ombra si racconta in tutta la sua dimensione umana facendola emerge parallelamente a quella lavorativa, indiscernibili perché Grace è invece guidata dall’entusiasmo (che non paga, ma fa tanta tenerezza!).

E se Grace trova nella moda il suo personale cammino nella ricerca del bello, allo stesso tempo è presentata come un a donna il cui lavoro viene continuamente umiliato. Il regista ricerca la dimensione dell’empatia esclusivamente attraverso il personaggio apparentemente secondario dell’assistente frustrata, ignorata, e termina il suo lavoro con una sequenza in cui Grace, a Versailles, commossa da tanta antica bellezza, ammette di aver peccato di romanticismo. Capiamo che questa gallese dai capelli rossi non ha rinunciato alla felicità per fare carriera, e tiriamo un sospiro di sollievo. Nessuna di noi vorrebbe davvero essere come Anna , il prezzo da pagare è troppo alto, è l’alienazione da se, l’infelicità, la rinuncia a tutto per il potere. Meglio diventare una Grace, per sempre subordinata ma contenta. Almeno così ci dicono.

Valentino, the last emperor  si apre sul backstage di una sfilata con un Valentino in odore di ritiro dalle scene, con giornalisti in lacrime, modelle sconvolte dal dolore e un clima di irreale trasporto emotivo.

Lo capiamo subito, Valentino non ha bisogno di sdoppiarsi. E’ un artista, rispettato, potentissimo, eppure amato al limite dell’isteria. Le sue idiosincrasie, le sue stranezze sono quelle del vero sognatore (parola ripetuta fino alla nausea da OGNI personaggio in scena), al contrario di Anna, non ha mai pensato di fare altro nella vita, anzi la sua è stata una scelta osteggiata, ma il nostro eroe determinato e appassionato ha superato ogni ostacolo per realizzarsi pienamente e diventare il completissimo Valentino: una persona piena, un eroe appunto.

Questa esasperazione scenica testimonia una realtà, le donne pagano molto di più il potere, rinunciano per il potere, mentre l’uomo attraverso la conquista del potere si completa, ma è davvero necessario raccontarlo così? I due film vanno visti insieme, uno dopo l’altro, per incazzarsi meglio…

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